mercoledì 30 dicembre 2009

Il potere della musica e del cervello umano


Questa è stata la prima canzone che ho cantato al Bambino. Lui aveva forse qualche settimana, io di certo poca fantasia, e ho estratto dal mio scarso patrimonio musicale il primo brano disponibile.
A quattro anni di distanza, mi dice:
"Mi canti quella canzone che mi cantavi quando ero piccolo, così mi rilasso?"
E io:
"Quale?"
E lui:
"Che serà"
Io, allibita, comincio a cantare. E lui mi segue.
La comprensione del funzionamento del cervello umano richiede decisamente un atto di fede.

venerdì 25 dicembre 2009

Vecchi amici

Matrimoni e funerali, si sa, hanno almeno una cosa in comune: nella maggior parte dei casi i presenti vorrebbero essere altrove, ma l’etichetta impone la loro presenza. Ho partecipato a un funerale e, in barba alle statistiche, il mio cuore aveva accompagnato il mio corpo. Ed è stato un bene che fossero presenti entrambi, perché così ho potuto condividere il grande cuore comune con amici che non vedevo da una dozzina d’anni. Una dozzina d’anni e li chiami amici? Sì, li chiamo ancora amici, anche se i fili dei nostri rapporti si sono sciolti per sempre, anche se passeranno altri dodici anni prima che ci si riveda. Eravamo un bel gruppo, noi undici. Era la metà degli anni Novanta, e la vita ci aveva messi insieme perché potessimo darci tanto, sviscerare ogni singola piega del nostro essere, sostenerci e scontrarci, per poi lasciarci. Ognuno per la propria strada. A quel funerale eravamo cinque, non so se gli altri abbiano pensato ai sei che mancavano, io solo di sfuggita. Ed è giusto così. Abbiamo scambiato quelle poche parole che la situazione ci consentiva, però non sono state chiacchiere formali. Eravamo noi dodici anni dopo, ognuno con la propria vita, coi propri sospesi, col proprio disinteresse, anche. Però quando ci siamo abbracciati lo abbiamo fatto col cuore, non solo col corpo. Poi, ognuno è tornato alla propria vita, tre di noi continueranno a costruire il rapporto che non si è mai interrotto, gli altri due forse no, o forse sì. Ciò che conta è che ieri abbiamo ricordato che ciò che siamo stati non è andato perduto.

mercoledì 23 dicembre 2009

Il poltergeist dei ciucci


Due sere fa il Bambino ha detto addio al ciuccio. Così, semplicemente. Lo ha perso in casa (ogni tanto il marasma domestico ha un suo vantaggio). Noi stiamo a guardare l'evoluzione, dando fiducia a questo suo passo di crescita, fatto senza patemi, senza pianti né crisi. La prima notte ha faticato di più ad addormentarsi, è vero, sembrava fosse caduto in una pentola di caffè, è vero, ma tutto si è svolto in modo indolore.
Sono fiera di noi, lo dico senza falsa modestia. Sono fiera della fiducia che ha saputo infondergli il Marito. Sono fiera di averlo difeso davanti al mondo che da mesi gli ripeteva che era ora di smetterlo. Sono fiera di aver risposto, a chi diceva "Ancora col ciuccio?!", "Sempre meglio che una sigaretta, non crede?".
Tante volte mi sono rimproverata degli errori nel mio essere madre, errori che non nego di aver fatto (per esempio, lo svezzamento a sei mesi, troppo presto), ma oggi sono felice di aver lasciato che seguisse i suoi tempi, di non essermi fatta prendere dalla paura e dal dover seguire delle presunte regole universali.
Oggi so che ai figli bisogna dare fiducia e assecondarli, nei limiti del buon senso.
Oggi, più che mai, so che ci si deve ascoltare prima che ascoltare gli altri. I giudizi sono dietro l'angolo, ma possono restare dove sono.
Sorrido all'esistenza che ci ha fatto incontrare delle splendide maestre dell'asilo, che sanno accompagnare il Bambino nella crescita che fa con loro, che sanno spiegargli la pazienza e il bello di crescere.
Mi sento profondamente grata e commossa.

martedì 8 dicembre 2009

Per delicatezza

Il paragone è azzardato, lo so, ma in questo momento mi sto vivendo un lutto emotivo e, come in ogni lutto che si rispetti, sono circondata dall'eccessiva delicatezza della gente che, forse per pudore, forse per incuria, o peggio per comodo, mi lascia nel mio brodo, come si dice dalle mie parti. Certi distacchi, si sa, vanno rimuginati e metabolizzati in solitaria, ma un "come ti senti" di tanto in tanto non guasterebbe.

sabato 5 dicembre 2009

venerdì 4 dicembre 2009

Io non tremo, è solo un po' di me che se ne va...



Se penso a quante volte ho scritto questo post nella mia testa, mi viene da ridere al pensiero di non avere alcunché da dire adesso.
Credevo sarebbe stato un momento carico di emozione e di lacrime commosse, invece è un momento di grande gioia e rinnovamento, di un amore ancora più grande, libero da sovrastrutture vecchie di generazioni.
È strano come nessuno mi faccia domande, forse non saprei dare risposte, o forse non è così facile capire questo passaggio. E va pure bene così.

sabato 21 novembre 2009

Viados, ma de che? Un po' di rispetto per gli idiomi altrui (e non solo)

Nato come status di Sandra Biondo su FaceBook, questo testo è diventato poi un post sul suo blog. Con il permesso dell'autrice lo condivido anche qui. Trovo che sia importante, per tutti.



Dopo il mio status di questa mattina a proposito dell'uso inconsulto, in italiano, del termine "viado" (ricopio: Sandra Biondo informa gli amici giornalisti, scrittori e commentatori vari che il termine "viado", che viene usato con tanta disinvoltura, in portoghese è volgarissimo. Cosa direste se in un articolo di giornale straniero trovaste parole come "frocio", "ricchione" o "busone"? Se vogliamo usare la lingua degli altri, almeno facciamolo bene) si è sviluppata una discussione interessante prima sulla mia bacheca, poi sulla lista dei traduttori brasiliani di cui faccio parte.
Si diceva, nei commenti allo status, che la parola giusta sarebbe VEADO con la E e non VIADO con la I.
Oltre a essere un termine abbastanza volgare, quindi, è stato riportato nella nostra lingua con la grafia scorretta, semplicemente per omofonia (le due parole si pronunciano infatti allo stesso modo). Si diceva anche che il primo significato di VEADO è cervo, il secondo è "omosessuale di sesso maschile" (e non travestito o transessuale, che è invece il significato che ha preso da noi e che viene applicato unicamente a brasiliani o al massimo sudamericani).
Ora, cos'ha a che vedere il cervo con il gay? Ecco le interessanti spiegazioni che mi ha fornito il collega Erik Borten di São Paulo, che riporto e traduco.

22/06/2006 - L'origine del termine "viado"
Secondo l'antropologo Luiz Mott, del Grupo Gay da Bahia, le possibili origini dell'espressione "viado" o "veado" usata per designare gli omosessuali sono molteplici. Solo in Brasile si associa il gay al cervo, che viene solitamente abbinato a un'immagine maschia e nobile e, in altri paesi, riportato su stemmi e bandiere.
L'utilizzo di questa parola per riferirsi ai gay risale agli inizi del XX secolo e all'inizio veniva usato unicamente per definire il pederasta passivo.
Alcune ipotesi su questo termine (fonti: Green, Trevisan, Mott, Fry & MacRae)
1) All'inizio del XX secolo, a Rio de Janeiro, i gay che fuggivano dalla polizia dovevano correre come dei cervi.
2) Una marca di sigarette, intorno agli anni 20, riportava stampata la figura di un cervo talmente esuberante ed effeminato che per analogia si è iniziato a usare questo termine per identificare i gay più appariscenti.
3) Derivazione di "transviado", "desviado" (N.d.T.: deviato, come supponeva Simonelli)
4) Animale che passa la maggior parte dell'anno in comunità composte unicamente da maschi e cerca le femmine solo nella stagione dell'estro, mentre i maschi si accoppiano fra di loro per il resto del tempo.
5) Per influenza di Bambi di Walt Disney.
6) Perché è un animale elegante e che cammina saltellando, come certi omosessuali.
7) Alcune specie di cervi hanno dei peli bianchi intorno all'ano e questa parte del corpo sempre in vista colpisce l'attenzione.
8) Per associazione erudita al latinismo "venatus", cacciagione.

Quanto ai punti 4) e 5) un altro collega, Hélio de Mello Filho, conferma:
il cervo è un animale delicato, elegante, fragile (almeno in apparenza), saltella qua e là, e queste caratteristiche vengono attribuite agli omosessuali maschi (sì, è uno stereotipo, e oggigiorno anche irreale, visto che ci sono diversi termini per definire diversi "tipi" di omosessuale). Io faccio il tifo per il São Paulo, che è considerata la squadra delle élite, dei figli di papà e dei finocchietti: il soprannome che viene dato ai sanpaolini è "bambi", per lo stesso motivo.

Infine, quanto suggerito dalla collega ed esimia italianista Ivone Benedetti ci invita ad altre, più profonde riflessioni. Ivone mi dice:
Sandra, quando nel 1998 vidi per la prima volta la parola sul De Mauro, con la definizione
travestito o transessuale di origine brasiliana o genericamente sudamericana, che si prostituisce
sono rimasta costernata nel percepire che già nel 1989 (data in cui il De Mauro attesta l'ingresso della parola nella lingua italiana) eravamo già implicati in una migrazione così infelice, frutto della grave crisi sociale che stava devastando il Brasile dalla fine degli anni 70.
È così che dall'analisi dell'etimologia sui dizionari riusciamo a trarre tante lezioni su cose che apparentemente non hanno niente a che vedere con la filologia.

Ecco, forse varrebbe la pena di riflettere sull'uso delle parole a partire dai significati, anche simbolici, che si portano dietro. Quanti preconcetti, quanti stereotipi verso un popolo possono essere nascosti dietro a una parola...

giovedì 12 novembre 2009

12 novembre 2008 - 12 novembre 2009


A Leonardo, che non ho mai conosciuto, un pensiero dal cuore con profondo rispetto.

lunedì 2 novembre 2009

Senza parole


La famiglia alla festa dell'asilo...

domenica 1 novembre 2009

Parole sante

"Dietro ogni volto se ne nascondono altri mille", dice il regista Bryan Singer. Naturalmente lui lavora con attori professionisti, specializzati nel far emergere da sotto la superficie una miriade di volti segreti. La sua affermazione, però, può essere valida per molti, soprattutto per voi Scorpioni, che siete particolarmente bravi a mascherare quello che succede sotto la vostra superficie. Per Halloween, vi consiglio di rompere con questa tradizione e mostrare cinque o sei personalità nascoste dietro la vostra faccia da poker. Travestimento consigliato: l'eroe dai mille volti di Joseph Campbell.

L'oroscopo di Internazionale ha sempre una buona parola per tutti.
Chiosa: "siete particolarmente bravi a mascherare quello che succede sotto la vostra superficie" e quanto soffriamo perché nessuno se ne accorge.
Amen.

domenica 25 ottobre 2009

Angolo visuale/2








Resto sempre affascinata nel guardare le foto scattate dal Bambino: vedere il mondo con i suoi occhi è un'esperienza che mi arricchisce molto.

mercoledì 21 ottobre 2009

Mostri nell'armadio


La tua situazione non è disastrosa come temi, Scorpione. Il mostro che vive nel tuo armadio si è stancato di spaventarti e presto se ne andrà. Nel frattempo un altro dei tuoi tormentatori sarà un po’ triste per motivi personali e diventerà più tenero nei tuoi confronti. Ma non finisce qui: la paralisi dei tuoi muscoli del sorriso sparirà miracolosamente, e la rivelazione di tutti i tuoi segreti più inconfessabili, già in programma, sarà annullata d’ufficio. Mi auguro che tu non sia impegnato ad autocommiserarti così tanto da non accorgerti di quest’improvviso colpo di fortuna. Ma per metterlo in moto servirà un atto di volontà.

C’è un mostro che vive nel mio armadio, non l’ho mai visto, e a volte ho persino dubitato che ci fosse, ma ora non posso più ignorarlo.
Non so come sia fatto, ma mi sussurra all’orecchio parole che sanno di ricordi invano dimenticati, mi propone immagini che gli occhi non guardavano più da tempo, mi procura sensazioni che pensavo svanite.
E io lo accontento il mostro. Mi macero e mi lacero. Mangio, bevo, mi corico e mi alzo. Concludo le giornate quando sono appena cominciate. Serro le mascelle così forte che le tempie mi dolgono.
Quel che è peggio, mi stacco da me, mi nascondo, fingo, e tutti mi credono. Mi credono a tal punto che sono io la prima a essere convinta.
Per il mostro, io non valgo niente.
Secondo il mostro, sono destinata a stare all’angolo.
A sentir lui, il mio nome fa rima con mediocrità e banalità.
Potrei parlarne con qualcuno, ma mi compiaccio all’idea che nessuno mi scoprirà, per poi trovarmi sola con il mostro, trovarmi a combatterlo ad armi impari: perché il mostro sono io.

*Disclaimer: ho deciso di cambiare mestiere, voglio fare la scrittrice, quindi sto esercitandomi con la scrittura creativa. Non tremino gli amici, non fremano i parenti: queste parole sono un’accozzaglia di frasi senza pretesa di legame con la realtà.

mercoledì 14 ottobre 2009

Tu chiamale, se vuoi, emozioni

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Critico d'arte

«Allora, mamma, adesso ti racconto di PaulKlin. Questa è la sua città quadrettata.»

«Questa, invece, è la città quando c'era più luce e quindi PaulKlin ha usato i colori più chiari.»

«Poi, c'era questo marinario che voleva andare a pescare...»

«...perché voleva prendere il pesce rosso...»

«...però c'era il re - che però è un mostro nero ma a me non fa paura perché è solo un po' arrabbiato, non cattivo - che dice 'non potete prendere i miei pesci!'»

martedì 13 ottobre 2009

Recensioni cinematografiche


Chicken Little è una gallina piccola, ma piccola, e bianca, che è nata.
Un giorno attraversa la strada e arriva una macchina. Chicken Little rimane lì a guardarla con gli occhi così [sbarra gli occhi], ma la macchina non lo investe e alla fine non è moruto.

lunedì 12 ottobre 2009

Dialoghi


«Mamma, perché le nuovole si spostano?»
«Perché corrono in cielo.»
«No, le nuvole corrono in cielo per far spazio alla luce del sole.»

venerdì 9 ottobre 2009

Si stava come d'autunno sugli alberi le foglie


Come un lettore ha il diritto di abbandonare un libro che non ama, mi arrogo il diritto di fare pulizia fra i ricordi e cancello delle foto. È il bello del digitale, no? Gli album con le stampe posso ignorarli e permettere che prendano polvere sullo scaffale più alto della libreria, per i file c'è una soluzione più drastica.
Mi fa male vedere certi solchi che attraversavano i visi in certi anni, mi disturbano i tagli di capelli che non riconosco più, mi intristisce pensare al pantano di sofferenza attraverso il quale ci siamo fatti strada.
Per ora quei file sono nel cestino.
Fra un attimo lo svuoterò.

La mia famiglia


[Pennarello giallo su carta. 08/10/09]
«In questa foto c'è il mio papà, che è un re, per questo l'ho disegnato con la corona, e la mamma e io. Poi c'è la mia firma.»
E poi dicono che ho la lacrima facile...

martedì 29 settembre 2009

Vedete un po' voi...



"Dobbiamo riconsiderare la scelta delle nostre modelle"
(la direttrice di Glamour dopo aver ricevuto una valanga di e-mail e telefonate di giubilo a seguito della pubblicazione delle foto di Lizzi Miller, 80 chili di bellezza. Personalmente, questa foto mi emoziona)

lunedì 31 agosto 2009

«Mamma, perché ci hanno messo i diamanti?», ovvero la Resistenza spiegata a un bambino di quattro anni


Io e il Bambino si passeggiava per la main street di Cortile giocando agli elicotteri. A un certo punto, l'elicottero-Bambino è atterrato sul monumento ai caduti, si è fermato un attimo a contemplarlo (i bambini hanno la straordinaria capacità di stupirsi davanti alle cose più familiari come se le vedessero per la prima volta) e, al termine dell'osservazione, ha detto: «Mamma, perché ci hanno messo i diamanti?». Orbene, per quanto io sia notoriamente una madre yé-yé ed estremamente uana-gana (si colga l'ironia, please), mi sono chiesta quale fosse la dovizia di particolari con i quali colorire il racconto della Resistenza per un bambino di neanche quattr'anni.
Segue dialogo.
«Perché, vedi, le persone che abitano qui hanno voluto costruire questo monumento per dei ragazzi, i partigiani...»
«Quelli di Bella ciao
«Sì, proprio quelli di Bella ciao»
[il Bambino, cantando] «bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao»
«Esatto, dunque, dicevo, tanti anni fa al governo...»
«Come Berlusconi adesso?»
«Sì [glomp] come Berlusconi adesso, quindi, tanti anni fa, al governo c'erano delle persone molto cattive, che si chiamavano fascisti, che facevano un sacco di male alle persone, allora ci sono stati dei ragazzi che hanno rischiato la vita, cioè sono morti, oddio non tutti, ma molti...»
«Sono morti quindi sono diventati delle stelline?»
«Sì, tesoro, delle stelline. Quindi, hanno combattuto i fascisti e per ringraziarli la gente ha costruito dei monumenti, così tutti se li ricordano.»
«E ci hanno messo dei diamanti?»
«Sì, ci hanno messo dei diamanti.»
Gli elicotteri ripartono.
Il Bambino canta Bella ciao.
Non so quanto abbia capito da questa mia goffa spiegazione, ma almeno ci ho provato.

Bagatelle/2


Da cui si evince che alla scrivente manca del tutto il senso della proporzione...

Bagatelle/1

Teneri, loro.

Il fatto che al Marito ricordi questo

è grave?

Serramentizi



...mancano solo due mani di intonaco...

No, dico, ti sembra questa l'ora di svegliarmi?


Incontri mattutini nel frutteto.
Il Marito si è imbattuto in questo "pulcino" di non-mi-ricordo-più-cosa, ma di certo si trattava di un animale notturno!

mercoledì 5 agosto 2009

Lettera della Fata di Cristallo alla Principessa Carciofo

Cara Principessa Carciofo,
la nostra amicizia dura ormai da molti anni (lo sai che siamo amiche, vero?) e tante volte mi sono trovata a saltellare sulle punte del tuo bellissimo fiore (perché lo sai, vero, che il carciofo è un fiore?), così come immagino tu ti sia spesso dovuta barcamenare sulle sdrucciolevoli facce del mio cristallo (a proposito, ti hanno mai spiegato che, per quanto sia duro, il cristallo è pieno di crepe all’interno? Affascinanti, te lo concedo, ma pur sempre crepe).
Questa mattina, ed è per questo che ti scrivo, ho pensato che potrebbe essere ora di smettere con tutti questi saltellii e sdrucciolamenti, sennò prima o poi qualcuno si rompe una gamba (oddio, per la verità qualche contusione l’abbiamo già riportata e credo ce la ricordiamo ancora).
Allora, mia deliziosa Amica, mi sono risolta a scrivere questa lettera affinché tu possa, ogniqualvolta ti par di sdrucciolare, ricorrere a queste mie parole e recuperare quella fiducia in te stessa e nella nostra sempreverde amicizia (il riferimento, ça va sans dire, è a quei deliziosi arbusti che non perdono mai il colore brillante delle foglie, nemmeno in condizioni climatiche assai avverse) che ogni tanto (e talvolta pure ogni spesso) ti viene a mancare. Perché vedi, mia dolce Principessa Carciofo, io posso pure saltellare di continuo per contrastare i tuoi sdrucciolamenti, ma comprendi bene che, se saltello a destra e tu mi sdruccioli a sinistra, o viceversa, mi risulta assai complicato tenere il passo di sdrucciolii e saltellamenti. E lo stesso, per quanto ti risulti strano, vale per te.
Ho già il sentore che queste mie parole non siano di conforto per l’ennesima sdrucciolata, stamane d’altronde saltello incredula e anche un po’ ferita, ma, come vedi, la metto sul ridere.
La prova provata che sei la sorella che non ho avuto son proprio questi saltellii e questi sdrucciolamenti, strano tu non lo capisca.
Con imperituro e profondo affetto,
tua sorella (per scelta),
Fata di Cristallo

martedì 4 agosto 2009

Uomini e mezzi di trasporto (secondo un quattrenne)

...quello che guida l'aereo si chiama "pilota"
...quello che guida il cavallo si chiama "cavaliere"
...quello che guida la macchina si chiama "macchinista"
...quello che guida la bicicletta si chiama "biciclista"
...quello che guida il treno si chiama "trenaggio"
...quello che guida la Ferrari si chiama "quello-che-guida-la-ferrari"

Abissi di ignoranza

Che la scrivente fosse una lettrice povera e una povera lettrice non era un mistero, e si aveva pure il sospetto che la mancata propensione verso la letteratura extraeuropea fosse segno di una certa dose di ignoranza. Solo, non si era capito fino a che punto.
Almeno fino a ieri sera.
Ieri sera, infatti, mi sono abbandonata alla lettura di questo:
More about La parrucchiera di Kabul
e dell'estratto (gentilmente offerto dall'editore) di questo:
More about Viaggio di nozze a Teheran
...mi si sono spalancate davanti agli occhi le voragini della mia ignoranza e della mia miopia culturale...adesso sono qui a chiedermi come farò a recuperare, a leggere tutto, a spaziare.
E la letteratura norvegese?
E quella lettone?
E quella ugro-finnica?
Vorrei avere tre cervelli, e le giornate di 72 ore.
In alternativa, gli scrittori potrebbero smettere di scrivere per qualche anno, così io tento di recuperare un zinzino...

mercoledì 29 luglio 2009

Facebook, in seconda serata

Pieno di traduttori e traduttrici che, smessi i panni dei genitori e accomodati i bambini fra le braccia di Morfeo, accendono il portatile e cominciano a digitare.
Lo sentite il ticchettìo?
Lo ammetto, mi sento meno sola.
Lo ammetto, mi sento capita.
La festa è proprio qui!

A miracle, please

Lunedì mattina, ore 8.
Quale modo migliore per iniziare la giornata se non quello di indossare un paio di rudi guantacci da lavoro (e farne indossare altrettanti al Bambino e alla Suocera) e mettersi a riordinare il mare magnum del portico?
Tempo fa parlavo, in proposito, di un atto di fede.
Adesso non è la hall del Plaza, ma è ampiamente vivibile e godibile: è qui che, la sera, messo a letto il Bambino, io e il Marito ci beviamo un vinello, ci godiamo il fresco e ce la raccontiamo.
Una prece.

Pigiamino di intonaco


La facciata del capannone sta assumendo tutta un'altra faccia.
Prodigi della calce!

Il dio delle piccole cose


Primo pomeriggio.
La temperatura esterna si aggira attorno a 35 gradi, il sole è a picco.
Resto sola a casa, sola con i cani, i gatti, le galline e le cicale.
Ci sono momenti di silenzio assoluto, di felicità perfetta.
Stendere le lenzuola all'aria aperta, sapendo a che sera profumeranno di sole, mi dà una gioia semplice e piena.

sabato 25 luglio 2009

A volte ritornano

Il 13 novembre del 2008 (una curiosa coincidenza), su Repubblica compariva questo articolo.
La lettura non è delle più facili, ma la cosa che mi ha colpito è questo brano:

Attualmente, in alcune università americane, da Stanford a Washington studiosi dell' organizzazione lavorano intorno al tema delle regole legandolo sia a sperimentazioni settoriali (ad esempio il funzionamento delle stesse università) sia a progetti teorici sull' equivalenza tra applicazione delle regole e evoluzione del sistema democratico. In una ricerca guidata da James G. March (che insegna da anni Scienza della politica a Stanford) è detto ad esempio: «Una volta istituite, le regole influenzano i processi politici. Le regole nei giochi politici guidano e limitano le azioni dei singoli, stabiliscono dei diversi diritti e responsabilità per i partecipanti, accrescono la coerenza di comportamenti simultanei in qualche modo dispersi e forniscono delle opportunità e degli ostacoli per l'azione strategica. Il risultato è un processo formato dalla coscienza politica collettiva derivata dalle esperienze passate e codificate dalle regole del gioco». Tesi molto chiare che March aveva elaborato già nel l989 e che confermerà in un volume scritto con Martin Schulz e Xueguang Zhou apparso nel 2000 e tradotto nel 2003 anche in italiano presso l'Università Bocconi con il titolo Per una teoria delle regole. Nascita, cambiamento e strutturazione delle regole. Vi si dice inoltre che «le regole forniscono delle difese procedurali in domini in cui è difficile instaurare delle difese sostanziali e la fiducia è problematica».

_Tesi molto chiare che March aveva elaborato già nel l989 e che confermerà in un volume scritto con Martin Schulz e Xueguang Zhou apparso nel 2000 e tradotto nel 2003 anche in italiano presso l'Università Bocconi con il titolo Per una teoria delle regole. Nascita, cambiamento e strutturazione delle regole._

Indovina indovinello, chi ha tradotto 'sto libello?
Sì, bravi, avete indovinato. Io.
L'emozione di veder citare a cinque anni di distanza il _primo libro che ho tradotto_ mi fa quasi dimenticare il fatto di non essere citata neanche per sbaglio dal giornalista (al quale però adesso scrivo).
Mi piace questa cosa, mi piace.

giovedì 23 luglio 2009

Il grande passo nel grande fratello

Mi sono iscritta a Facebook.
Non chiedetemi niente.
Non dite niente.
Posso solo dire che mi fa paura, ma ho ricevuto un'offerta che non ho potuto rifiutare (dicono tutti così, lo so).
Sto considerando l'idea di caricare una foto di Jessica Rabbit nel profilo.
Auguri!

Aggiornamento in itinere: mi ha dato il benvenuto con un elenco di persone che conosco!!! Come diamine fa a saperlo?!
Aiutooo!

sabato 18 luglio 2009

I love shopping con il mio criceto mannaro

Così l’ottimo Yako etichettò, una volta, la mia passione per il genere chick-lit.
Lungi dal rinnegare un filone che farei carte false per tradurre (signor Salani, signora Piemme: datemi un romanzuccio da tradurre, suvvia), riconosco che la mia passione per il genere-spazzatura di cui è piena la mia libreria (e di cui l’Amica si serve al grido di “per fortuna che ci sei tu a spendere soldi in queste cazzate così io le leggo gratis” [commento che io accolgo ogni volta con un sorriso, anche se comincio a sospettare non sia un complimento]) riconosco – dicevo – che la cosa sta assumendo i contorni di una dipendenza. Si tratta, effettivamente, di qualcosa di fisico, e i signori dell’ufficio marketing delle case editrici lo sanno bene: copertine accattivanti, dai colori acidi, sgargianti, che invitano all’acquisto, che ai lettori sprovveduti come me fanno l’effetto di un negozio di caramelle sulla psiche e sui sensi di un bambino. Li compro in maniera compulsiva. Tocco le copertine. Eseguo il rito di cercare il nome del traduttore (di solito una traduttrice, e anche su questo ci sarebbe da fare una riflessione). Sono volumi corposi, ma leggerissimi. Come facciano a rilegare duecentocinquanta pagine in meno due etti è quasi un mistero. O forse no. Font larghi, che facilitano la lettura, che ti obbligano a bere le parole, che ti fanno star su la notte a rincorrere le avventure – sempre assai simili fra loro – delle protagoniste, di tutte quelle donne con cui, per un motivo o per l’altro, ti identifichi. Leggo avidamente, svuoto il cervello, non penso.
Poi succede qualcosa.
Succede che, come quando mangi troppe caramelle, ti viene un leggero senso di nausea. E, con quel leggero senso di nausea, allunghi la mano verso un altro genere di cibo, o di libro.
Oddio, detta così sembra che io abbia passato la vita a leggere romanzi da spiaggia, il che non corrisponde esattamente a verità, ma non sono particolarmente interessata a elencare tutta la letteratura alta e altissima che mi sono sparata nella corteccia cerebrale: sono finiti i tempi in cui credevo di essere apprezzata per le endovenose di cultura che mi sparavo su base quotidiana.
Sto leggendo Jules e Jim.
Era ora, si dirà.
Già, era ora.
Più che altro era ora che io mi disintossicassi dalle caramelle gommose e colorate e passassi alle fette biscottate integrali.
Avere per le mani un libro di Adelphi, o di Sellerio, è un’esperienza sensoriale – prima ancora che intellettuale – straordinaria. Mi si potrebbe obiettare che anche il contenuto fa la sua parte. Certo, le vicende di Jules e Jim hanno uno spessore – e uno stile – assai diverso da quelle della Becky di turno, ma oggi quel che mi colpisce è la sobrietà, l’essenzialità di questi volumi che diventano dei classici già per la veste grafica che portano. È la stessa differenza che passa fra un gioco per bambini mille-luci-e-colori di marca Chicco e un gioco di legno di marca Città del Sole. Il primo attira, fa brillare gli occhi e allungare istintivamente la mano; il secondo appaga i sensi, nutre e, in ultima analisi, dura per sempre.
E ciò non significa che non comprerò il prossimo Kinsella, anzi.
Solo, sono felice di non averne più bisogno.

venerdì 17 luglio 2009

Dai diamanti non nasce niente...

...dal letame nascono i per!
Apro con questa citazione dotta leggermente rimaneggiata per descrivere ciò che accade sotto le finestre del mio studio (sì, c'è una strada di mezzo, ma la puzza viaggia veloce). Martedì mattina dei trattori grossi come una villetta a schiera hanno portato alcune camionate di letame che hanno provveduto a spargere sui due ettari di ex pere per preparare il terreno alle future pere.

Risultati a breve:
- bambino estasiato nella contemplazione dello spettacolo
- un puzzo dell'altro mondo
- picco di presenze nella popolazione di mosche
- ovvie considerazioni di ordine proporzionale: il costo per letamare due ettari di terra in una mattina equivale al compenso per la traduzione di un libro di 130 pagine
- commenti al bar del paese sulla puzza
Il dì seguente (ieri) arriva l'aratro: trainato da un trattore grosso come una villetta a due piani (solo le ruote, le ho misurate, erano alte due metri), manovrato da un ventenne con la saggezza di Matusalemme e dalle emissioni - in decibel - pari all'ultimo concerto di Madonna a San Siro, l'oggetto ti ara due ettari in meno di un giorno.

Risultati a breve:
- bambino estasiato dalla contemplazione dello spettacolo
- puzzo annullato
- crollo di presenze nella popolazione delle mosche
- arciovvie considerazioni sulla professionalità del ventenne di cui sopra
- commenti dal bar non pervenuti

giovedì 16 luglio 2009

Rubrica di cucina: la dieta del contadino

Se c'è una regola che in famiglia non seguiamo è quella dei pasti a orari fissi, tutti attorno al desco a chiacchierare amabilmente. Oddio, san Girolamo sa quanto mi piacerebbe pianificare i pasti con il giusto apporto di fibre-proteine-vitamine-carboidrati e con un menu sempre diverso ogni giorno. Quanto adorerei, ogni giorno verso le 10:30-11 e attorno alle 18, dire «Oggi preparo i petti di pollo al limone con julienne di carote e zucchine», oppure «Oggi pasta al forno con ragu di coniglio e panna vegetale, con contorno di fagiolini croccanti». Oh sì, se è per questo farei carte false anche per avere la giusta messa in piega e non sembrare scema con una camicetta azzurra e il filo di perle.
Sta di fatto, però, che nelle suddette fasce orarie sto di norma combattendo contro qualche traduzione di varia natura (la mattina) e contro le crisi d'ansia che mi serrano l'epiglottide (la sera). Mi salva le chiappe il fatto di sapere sempre più o meno cosa c'è in frigo, e l'abitudine a fare "la spesa grossa" e a stivare tutto in uno dei freezer a pozzetto che costellano le case in cui abito (il che può sembrare chic, ma è solo scomodo).
Ai fini dei pasti ha l'assoluta priorità il Bambino (come in quasi tutto il resto, si sa), quindi a mezzogiorno e alle sette di sera ci si mette a tavola, spesso io e lui, ché il Marito è un battitore libero.
Ieri sera la scena è stata quella di sempre, di spesso.
Emmenthal e zucchine per me (devo mantenere il mio arcinoto fisichino da silfide), riso in bianco e frutta per il Bambino (che, deo gratias, mangia frutta e verdura a pacchi da venti: adora albicocche, melone, anguria, carote e cipolla, e non per merito mio [si veda sopra]).
Il Marito non ha fame (solito culo), ma sta con noi a chiacchierare e giocare.
Ore 22.
Il Bambino dorme.
Al Marito comincia a venire fame.
Si prepara la cena.
Qui di seguito la ricetta del suo piatto unico.
Consigliato a:
- chi è alto uno e ottantadue per sessantadue chili
- chi lavora nei campi dalle 10 alle 16 ore al giorno
- chi non teme per i livelli del proprio colesterolo
- chi non teme gli incubi notturni
- chi non teme di associare le proteine
- chi non sa cosa siano le emorroidi
Ingredienti (per una persona):
- una scatola di mais dolce da 250 gr.
- una scatola di Simmenthal da 250 gr.
- una fetta di pancetta alta un dito
- un pezzo di burro alto due dita
- peperoncino
- due panini comuni (grossi)
Come procedere:
- far sciogliere il burro in una padellina antiaderente
- unire la pancetta tagliata a dadini e farla rosolare col peperoncino
- quando la pancetta sarà croccante, unire il mais precedentemente scolato e far saltare a fuoco vivo
- disporre la Simmenthal al centro di un piatto e disporvi tutt'attorno il mais, avendo cura di non perdere nemmeno una goccia del burro fuso (servirà per la scarpetta)
Annaffiare il tutto con un buon lambruschino e gustare il piatto sotto gli occhi inorriditi/invidiosi della moglie.

martedì 14 luglio 2009

Oroscopo della settimana - 10/16 luglio

Stai sfruttando a pieno le opportunità uniche che il 2009 ti sta offrendo, Scorpione? Siamo a metà dell’anno ed è ora di fare un po’ di bilanci. Spero che tu abbia cominciato a costruire il punto di forza o la fonte di energia che sarà la tua base nei prossimi anni. Sarebbe meglio se avessi tutto pronto entro la fine dell’estate o l’inizio dell’autunno. Ricorda quello che ti ho detto: la vita sta complottando per sistemarti nella casa ideale, per rafforzare i rapporti con i tuoi alleati più stretti e per farti avere le risorse necessarie a raggiungere i tuoi obiettivi a lungo termine.
Fonte: Internazionale

"Stai sfruttando a pieno le opportunità uniche che il 2009 ti sta offrendo?"
Sì, opportunità uniche per vedere branchi di sorci verdi esistenziali.
Sì, le sto sfruttando: o guardare o perire. Preferisco guardare, grazie.

"Siamo a metà dell’anno ed è ora di fare un po’ di bilanci. Spero che tu abbia cominciato a costruire il punto di forza o la fonte di energia che sarà la tua base nei prossimi anni."
Da un anno bilancio la bilancia, e, avendola bilanciata, mi sono trovata sbilanciata a fare i conti con tutto quello che prima sbilanciava la bilancia ma, a quanto pare, bilanciava la paura, l'ansia, il panico. Ho cominciato a costruire il punto di forza, la fonte di energia è un pozzo artesiano e mi fa piacere sapere che questo 2009 me lo ricorderò con un sorriso quando sarò vecchia.

"Ricorda quello che ti ho detto: la vita sta complottando per sistemarti nella casa ideale, per rafforzare i rapporti con i tuoi alleati più stretti e per farti avere le risorse necessarie a raggiungere i tuoi obiettivi a lungo termine."
Lo terrò a mente, così come l'ho tenuto a mente in questi mesi. Anche perché se me lo fossi scordata adesso sarei strafatta di Prozac.

Namastè!

domenica 12 luglio 2009

Mi pento e mi dolgo

Lo ammetto: mi sono turata il naso in più di un'occasione e ho votato PD.
Ma adesso mi sono redenta e ho smesso.
Oggi, leggendo, come spesso faccio, il blog di Galatea, sono capitata su questo blog, con questo post.
Tempo addietro definivo il PD non un "grande partito", ma un "partito grande, pure troppo". Confermo.
Li ho votati per far numero contro il Biscione.
Ripeto, mi sono redenta.
E per par condicio mi fanno schifo uguale.

mercoledì 8 luglio 2009

Cosa farò da grande.

La verità è che, se mi proietto nel futuro, mi vedo a scrivere. Anche a tradurre, certo, ma la scrittura occuperà uno spazio sempre più ampio nella mia vita, ormai lo so.
Quel che non so è che cosa diamine scriverò.
Ho voglia di scrivere di tutto, frammenti di storie e appunti di narrazioni di affollano la mente. Annoto tutto, dimentico molto.
Arrivare alla scrittura, come alla traduzione (e questo non stupisce), significa superare degli ostacoli interiori sui quali campeggia una sola parola: inadeguatezza.
Quando intervistati, gli scrittori dichiarano sempre che siedono per ore a digitare fiumi di parole. La cosa mi spaventa. Per il momento, il massimo che riesco a fare – e solo nei giorni di buona – è digitare fiumi di cartelle tradotte. Non sono pervasa dal sacro fuoco della narrazione (saranno tutti i casini in cui mi dibatto quotidianamente che mi distraggono? Può essere…), però ho qualche milione di idee, tutte rigorosamente frammentarie. Non a caso, il mio vecchio e rinnegato blog si chiamava “Appunti&Pensieri”.

Amicizie

La cometa delle amicizie deve essere passata sull’Emilia Romagna.
Nell’epoca dei social network che abusano in ogni modo delle parole “amico”, “amici” e “amicizia”, che miliardi di volte al giorno le svuotano del loro significato, che giungono persino ad accostare il verbo “chiedere” a una delle cose che in assoluto rifugge di più dal poter essere chiesta, assisto all’epifania dell’amicizia classicamente intesa, quella che da adolescenti chiamavamo con la A maiuscola e che, a trentacinque anni, vediamo spogliata di orpelli 2.0.
Sabato sera il Marito, dopo uno scambio di sms degni del DSM IV (ché qualche concessione alla tecnologia la si deve pur fare), ha invitato a cena un amico sperduto, uno di quelli che quando escono dalla tua vita sbattendo la porta ti ci incazzi, sbraiti, ma non smetti mai di tenerli nel cuore. È stata una bella serata. Gli uomini si sono detti il necessario, le donne (le mogli) si sono dette il resto con franchezza, i bambini hanno giocato.
Non so come proseguirà, ma di certo è stato abbattuto un muro.
Mezzora fa suona il mio cellulare. È un numero che non conosco, ma la voce dall’altra parte la conosco bene: appartiene all’amica delle superiori, quella che non sentivo da sedici anni, quella con cui ho condiviso una fetta di vita bella grossa, quella che quando me ne sono andata – io, questa volta – ha certamente sofferto ma altrettanto certamente non me ne ha voluto (sì, questo genere di persone esiste). È stata una telefonata priva di imbarazzo. “Ti ho pensata spesso, solo adesso ho preso il coraggio di chiamarti.” “Ti ho pensata spessissimo, l’ultima volta ieri sera.” Ci vedremo, organizzeremo una giornata in campagna coi bambini che ruzzano. E ci guarderemo in faccia. Magari poi finirà lì. Magari no.
Resto con un senso di profondo ottimismo.
E il tutto senza l’ausilio di FaceBook.
Il che è senz’altro un successo.

lunedì 6 luglio 2009

Parigi val bene un aereo

Diciamocelo, se la Natura ci avesse voluti piccioni ci avrebbe fatto le ali. Così non è stato, quindi, a dispetto delle migliaia di rotte aeree che ogni giorno inquinano i cieli, io preferisco inquinare spostandomi su gomma o su rotaia.
Sì, è un modo elegante per dire che ho paura di volare.
Non mi precludo la cosa, va detto, ma di certo non bramo di salire su un “uccello d’acciaio”, o come diavolo lo chiamano gli indigeni di non so più quale etnia. Poi, se si aggiunge che le mie mete turistiche d’elezione restano entro i confini del Vecchio Continente (sì, ho gusti drammaticamente Grand Tour, e ho ancora una voglia matta di vedere e rivedere l’Europa), allora il gioco è fatto: sogno mille vacanze, novecentonovantanove delle quali non prevedono decolli e atterraggi.
Venerdì sera viene a trovarci lo zio Meme, il fratello che non ho avuto, l’amico di sempre che si dà il caso essere anche il manager della KC Travel, agenzia viaggi in Bologna. Usciamo a cena col Marito e il Bambino, una serata tranquilla come tante, bella come tutte.
Non appena seduti, il Marito, la cui memoria a breve termine lascia alquanto a desiderare, si ricorda di essere senza sigarette (il che consentirebbe una lunga digressione su come faccia un fumatore di medio calibro a dimenticare le sigarette. Voglia inconscia di smettere, direbbe qualcuno, visto che gli succede un giorno sì e un giorno no. Neurone annebbiato dalla nicotina, potrebbero obiettare i più pessimisti. Ma non divaghiamo). Mi guarda con occhi da boxer bavoso e mi chiede se per caso fra i compiti di una moglie devota quale notoriamente sono non ci sia anche quello di prendere la macchina, abbandonare il vinello trentino fresco e profumato che la cameriera ha appena posato sul tavolo nel suo bravo portaghiaccio, farsi tre chilometri e andare a comprare un pacchetto di paglie al più vicino tabaccaio.
Figuriamoci se gli dico di no. In questi anni ho detto sì a cose ben più impegnative.
Vado.
Torno.
Sorseggio il vinello di cui sopra.
Chiacchiero a ruota libera.
Uso l’espressione “joie de vivre”.
Mai scelta linguistica fu più azzeccata.
Prendo il tovagliolo per nettarmi la bocca da non so più quale delizia stessi addentando (sospetto si trattasse di porchetta alla brace, ma la bottiglia era già quasi vuota e i ricordi si fanno confusi) e sotto che ci trovo?
Ci trovo tre biglietti aerei per Parigi e la prenotazione per due notti in un albergo di Montparnasse.
Wow…cioè…come?...wow…non so che dire…l’emozione mi toglie la favella.
Il Marito non è nuovo a questo genere di sorprese, né al mettersi in combutta con lo zio Meme per prendermi in contropiede.
Sono emozionata e felice. Davvero. Tre giorni a Parigi, noi tre. A fine luglio, non in un uggioso finesettimana di novembre.
Non so se mi rende più felice la meta, il fatto di essere noi tre per un weekend speciale (il Bambino sente il nostro entusiasmo e non vede l’ora di andare a vedere la città di Ratatouille) o il fatto che il Marito si conceda il lusso di _staccare_ (provo una profonda avversione per questa parola, ma stavolta è quantomai azzeccata) in piena stagione per ricaricare le batterie (profonda avversione, parte seconda) prima dell’inizio della raccolta.
Adesso ho un motivo valido per consegnare qualche giorno prima il libro del momento.
Sono felice.

martedì 30 giugno 2009

Il modo migliore per spendere i soldi

Di questi tempi, ad ogni apertura del portafoglio corrisponde una contrattura di qualche altro orifizio.
Non, però, nel caso dei libri.
Quando mi compro dei libri godo come un caimano lussurioso.
Stavolta, il mio harem di carta si è arricchito di:
More about Nido vuoto
More about Un bastimento carico di riso
More about Tre indagini di Petra Delicado
More about Sono io che me ne vado
e non vedo l'ora che mi arrivino!

Voglio crederci...

...perché non sono stati mesi facili. Fruttuosi, interiormente parlando, ma non facili.
[sempre tratto da Internazionale]

Congratulazioni, Scorpione. Sei arrivato alla fine della Grande morsa. Il tuo tempo nell’ingorgo è finito. Perciò vorrei che ti levassi dalla faccia quell’espressione corrucciata, distendessi la fronte aggrottata e dessi il via alla Stagione degli esperimenti. Presto riceverai una marea di inviti a varcare la frontiera mantenendo alto il tuo naturale senso dello stupore. Tuttavia dovresti valutare attentamente ogni proposta: farai meglio a scegliere le avventure che ti permetteranno di apprezzare fino in fondo l’arte della liberazione. Ma poi non esitare a buttarti!

lunedì 29 giugno 2009

Capannone, fine prima parte



Quanto alle grandi manovre...




Abbiamo tanti begli scavi per posare le tubature del capannone e due ettari arati.
Diciamo che non c'è un silenzio claustrale, ma guardiamo al futuro...

Tarzan


I gatti si stanno specializzando nella attività tipiche della campagna: arrampicatura sul glicine, raccolta pere con gli operai e tree-climbing di vario genere.

Frutta e verdura





...son soddisfazioni...