lunedì 16 marzo 2009

Da Montale agli Ska-p

Sabato si va in campagna, che c'è il sole e il Bambino ha voglia di ruzzare con Papà. Carico anche la Suocera, follemente innamorata della vita agreste, e vado.
Dopo un pranzo a base di pane e salame, mi sdraio al sole su una panca al limitare dell'orto. La piramide di legna fa da scudo fra me e l'ultimo scampolo di inverno, mi godo il sole, rilasso il corpo, chiudo gli occhi e lascio vagare la mente.
«Meriggiare pallido e assorto...»
I versi di Montale mi suonano nelle orecchie. Mi sento così. Scivolo nel sonno, cullata dal cicaleccio del Marito, del Figlio e della Suocera intenti a zappettare, dissodare, rastrellare. Sono felici. Sono felice.

Ogni anno, quando faccio ritorno in campagna dopo aver svernato in città, mi chiedo come abbia fatto a stare lontana, mi godo il profondo nutrimento del silenzio, il perfetto equilibrio che si crea. Stupisco all'idea di stare in città, di ciò che mi interessa quando sono in città.
«Meriggiare pallido e assorto...»
Fra sonno e veglia continuo a ripetermi questo verso. Provo a volgerlo al femminile «Meriggiare pallida e assorta...» e mi accorgo che è impossibile da leggere: mentre nel testo montaliano il gruppo o-e-a crea una catena fonetica perfetta e non ostacola in alcuno modo il suono, il gruppo a-e-a crea un ostacolo insormontabile, rendendo impronunciabili queste quattro parole altrimenti in perfetto equilibrio...quando si dice il Poeta...
L'esperienza poetico-agreste viene brutalmente interrotta dallo squillo del cellulare, che mi penetra il cervello e - nello stato contemplativo in cui sono - mi pare tagliarlo in due.
Mi sollevo, mi guardo intorno...ancora sole, ancora cicaleccio, ma il sogno è svanito, e sono passati solo dieci minuti.
Il pomeriggio poi passa in un lampo, si torna in città. Il Bambino dorme dai nonni, ché io e il Marito abbiamo un appuntamento a Rimini: Ska-p in concerto. Sono sinceramente emozionata, perché - ormai nove anni fa - gli Ska-p sono stati la colonna sonora dell'inizio dell'amore col Marito, il primo concerto visto insieme, quando la goffaggine di una relazione agli esordi condisce di imbarazzo ogni mossa.
Le aspettative non sono state deluse: ogni canzone ci ha regalato un ricordo, un colore, una giornata. Mi sono trovata a commuovermi sulle note di canzoni che hanno fatto la colonna sonora di un anno della mia vita. Il Marito mi abbraccia con gli occhi lucidi. Sentiamo che, anche dopo nove anni e tante vicissitudini esistenziali, siamo anche e ancora quelli che cantano a squarciagola «El Vals del Obrero».
Alle tre di notte torniamo a casa, siamo soli: i cani da una nonna, il Bambino dall'altra. Noi due.

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