mercoledì 29 luglio 2009

Facebook, in seconda serata

Pieno di traduttori e traduttrici che, smessi i panni dei genitori e accomodati i bambini fra le braccia di Morfeo, accendono il portatile e cominciano a digitare.
Lo sentite il ticchettìo?
Lo ammetto, mi sento meno sola.
Lo ammetto, mi sento capita.
La festa è proprio qui!

A miracle, please

Lunedì mattina, ore 8.
Quale modo migliore per iniziare la giornata se non quello di indossare un paio di rudi guantacci da lavoro (e farne indossare altrettanti al Bambino e alla Suocera) e mettersi a riordinare il mare magnum del portico?
Tempo fa parlavo, in proposito, di un atto di fede.
Adesso non è la hall del Plaza, ma è ampiamente vivibile e godibile: è qui che, la sera, messo a letto il Bambino, io e il Marito ci beviamo un vinello, ci godiamo il fresco e ce la raccontiamo.
Una prece.

Pigiamino di intonaco


La facciata del capannone sta assumendo tutta un'altra faccia.
Prodigi della calce!

Il dio delle piccole cose


Primo pomeriggio.
La temperatura esterna si aggira attorno a 35 gradi, il sole è a picco.
Resto sola a casa, sola con i cani, i gatti, le galline e le cicale.
Ci sono momenti di silenzio assoluto, di felicità perfetta.
Stendere le lenzuola all'aria aperta, sapendo a che sera profumeranno di sole, mi dà una gioia semplice e piena.

sabato 25 luglio 2009

A volte ritornano

Il 13 novembre del 2008 (una curiosa coincidenza), su Repubblica compariva questo articolo.
La lettura non è delle più facili, ma la cosa che mi ha colpito è questo brano:

Attualmente, in alcune università americane, da Stanford a Washington studiosi dell' organizzazione lavorano intorno al tema delle regole legandolo sia a sperimentazioni settoriali (ad esempio il funzionamento delle stesse università) sia a progetti teorici sull' equivalenza tra applicazione delle regole e evoluzione del sistema democratico. In una ricerca guidata da James G. March (che insegna da anni Scienza della politica a Stanford) è detto ad esempio: «Una volta istituite, le regole influenzano i processi politici. Le regole nei giochi politici guidano e limitano le azioni dei singoli, stabiliscono dei diversi diritti e responsabilità per i partecipanti, accrescono la coerenza di comportamenti simultanei in qualche modo dispersi e forniscono delle opportunità e degli ostacoli per l'azione strategica. Il risultato è un processo formato dalla coscienza politica collettiva derivata dalle esperienze passate e codificate dalle regole del gioco». Tesi molto chiare che March aveva elaborato già nel l989 e che confermerà in un volume scritto con Martin Schulz e Xueguang Zhou apparso nel 2000 e tradotto nel 2003 anche in italiano presso l'Università Bocconi con il titolo Per una teoria delle regole. Nascita, cambiamento e strutturazione delle regole. Vi si dice inoltre che «le regole forniscono delle difese procedurali in domini in cui è difficile instaurare delle difese sostanziali e la fiducia è problematica».

_Tesi molto chiare che March aveva elaborato già nel l989 e che confermerà in un volume scritto con Martin Schulz e Xueguang Zhou apparso nel 2000 e tradotto nel 2003 anche in italiano presso l'Università Bocconi con il titolo Per una teoria delle regole. Nascita, cambiamento e strutturazione delle regole._

Indovina indovinello, chi ha tradotto 'sto libello?
Sì, bravi, avete indovinato. Io.
L'emozione di veder citare a cinque anni di distanza il _primo libro che ho tradotto_ mi fa quasi dimenticare il fatto di non essere citata neanche per sbaglio dal giornalista (al quale però adesso scrivo).
Mi piace questa cosa, mi piace.

giovedì 23 luglio 2009

Il grande passo nel grande fratello

Mi sono iscritta a Facebook.
Non chiedetemi niente.
Non dite niente.
Posso solo dire che mi fa paura, ma ho ricevuto un'offerta che non ho potuto rifiutare (dicono tutti così, lo so).
Sto considerando l'idea di caricare una foto di Jessica Rabbit nel profilo.
Auguri!

Aggiornamento in itinere: mi ha dato il benvenuto con un elenco di persone che conosco!!! Come diamine fa a saperlo?!
Aiutooo!

sabato 18 luglio 2009

I love shopping con il mio criceto mannaro

Così l’ottimo Yako etichettò, una volta, la mia passione per il genere chick-lit.
Lungi dal rinnegare un filone che farei carte false per tradurre (signor Salani, signora Piemme: datemi un romanzuccio da tradurre, suvvia), riconosco che la mia passione per il genere-spazzatura di cui è piena la mia libreria (e di cui l’Amica si serve al grido di “per fortuna che ci sei tu a spendere soldi in queste cazzate così io le leggo gratis” [commento che io accolgo ogni volta con un sorriso, anche se comincio a sospettare non sia un complimento]) riconosco – dicevo – che la cosa sta assumendo i contorni di una dipendenza. Si tratta, effettivamente, di qualcosa di fisico, e i signori dell’ufficio marketing delle case editrici lo sanno bene: copertine accattivanti, dai colori acidi, sgargianti, che invitano all’acquisto, che ai lettori sprovveduti come me fanno l’effetto di un negozio di caramelle sulla psiche e sui sensi di un bambino. Li compro in maniera compulsiva. Tocco le copertine. Eseguo il rito di cercare il nome del traduttore (di solito una traduttrice, e anche su questo ci sarebbe da fare una riflessione). Sono volumi corposi, ma leggerissimi. Come facciano a rilegare duecentocinquanta pagine in meno due etti è quasi un mistero. O forse no. Font larghi, che facilitano la lettura, che ti obbligano a bere le parole, che ti fanno star su la notte a rincorrere le avventure – sempre assai simili fra loro – delle protagoniste, di tutte quelle donne con cui, per un motivo o per l’altro, ti identifichi. Leggo avidamente, svuoto il cervello, non penso.
Poi succede qualcosa.
Succede che, come quando mangi troppe caramelle, ti viene un leggero senso di nausea. E, con quel leggero senso di nausea, allunghi la mano verso un altro genere di cibo, o di libro.
Oddio, detta così sembra che io abbia passato la vita a leggere romanzi da spiaggia, il che non corrisponde esattamente a verità, ma non sono particolarmente interessata a elencare tutta la letteratura alta e altissima che mi sono sparata nella corteccia cerebrale: sono finiti i tempi in cui credevo di essere apprezzata per le endovenose di cultura che mi sparavo su base quotidiana.
Sto leggendo Jules e Jim.
Era ora, si dirà.
Già, era ora.
Più che altro era ora che io mi disintossicassi dalle caramelle gommose e colorate e passassi alle fette biscottate integrali.
Avere per le mani un libro di Adelphi, o di Sellerio, è un’esperienza sensoriale – prima ancora che intellettuale – straordinaria. Mi si potrebbe obiettare che anche il contenuto fa la sua parte. Certo, le vicende di Jules e Jim hanno uno spessore – e uno stile – assai diverso da quelle della Becky di turno, ma oggi quel che mi colpisce è la sobrietà, l’essenzialità di questi volumi che diventano dei classici già per la veste grafica che portano. È la stessa differenza che passa fra un gioco per bambini mille-luci-e-colori di marca Chicco e un gioco di legno di marca Città del Sole. Il primo attira, fa brillare gli occhi e allungare istintivamente la mano; il secondo appaga i sensi, nutre e, in ultima analisi, dura per sempre.
E ciò non significa che non comprerò il prossimo Kinsella, anzi.
Solo, sono felice di non averne più bisogno.

venerdì 17 luglio 2009

Dai diamanti non nasce niente...

...dal letame nascono i per!
Apro con questa citazione dotta leggermente rimaneggiata per descrivere ciò che accade sotto le finestre del mio studio (sì, c'è una strada di mezzo, ma la puzza viaggia veloce). Martedì mattina dei trattori grossi come una villetta a schiera hanno portato alcune camionate di letame che hanno provveduto a spargere sui due ettari di ex pere per preparare il terreno alle future pere.

Risultati a breve:
- bambino estasiato nella contemplazione dello spettacolo
- un puzzo dell'altro mondo
- picco di presenze nella popolazione di mosche
- ovvie considerazioni di ordine proporzionale: il costo per letamare due ettari di terra in una mattina equivale al compenso per la traduzione di un libro di 130 pagine
- commenti al bar del paese sulla puzza
Il dì seguente (ieri) arriva l'aratro: trainato da un trattore grosso come una villetta a due piani (solo le ruote, le ho misurate, erano alte due metri), manovrato da un ventenne con la saggezza di Matusalemme e dalle emissioni - in decibel - pari all'ultimo concerto di Madonna a San Siro, l'oggetto ti ara due ettari in meno di un giorno.

Risultati a breve:
- bambino estasiato dalla contemplazione dello spettacolo
- puzzo annullato
- crollo di presenze nella popolazione delle mosche
- arciovvie considerazioni sulla professionalità del ventenne di cui sopra
- commenti dal bar non pervenuti

giovedì 16 luglio 2009

Rubrica di cucina: la dieta del contadino

Se c'è una regola che in famiglia non seguiamo è quella dei pasti a orari fissi, tutti attorno al desco a chiacchierare amabilmente. Oddio, san Girolamo sa quanto mi piacerebbe pianificare i pasti con il giusto apporto di fibre-proteine-vitamine-carboidrati e con un menu sempre diverso ogni giorno. Quanto adorerei, ogni giorno verso le 10:30-11 e attorno alle 18, dire «Oggi preparo i petti di pollo al limone con julienne di carote e zucchine», oppure «Oggi pasta al forno con ragu di coniglio e panna vegetale, con contorno di fagiolini croccanti». Oh sì, se è per questo farei carte false anche per avere la giusta messa in piega e non sembrare scema con una camicetta azzurra e il filo di perle.
Sta di fatto, però, che nelle suddette fasce orarie sto di norma combattendo contro qualche traduzione di varia natura (la mattina) e contro le crisi d'ansia che mi serrano l'epiglottide (la sera). Mi salva le chiappe il fatto di sapere sempre più o meno cosa c'è in frigo, e l'abitudine a fare "la spesa grossa" e a stivare tutto in uno dei freezer a pozzetto che costellano le case in cui abito (il che può sembrare chic, ma è solo scomodo).
Ai fini dei pasti ha l'assoluta priorità il Bambino (come in quasi tutto il resto, si sa), quindi a mezzogiorno e alle sette di sera ci si mette a tavola, spesso io e lui, ché il Marito è un battitore libero.
Ieri sera la scena è stata quella di sempre, di spesso.
Emmenthal e zucchine per me (devo mantenere il mio arcinoto fisichino da silfide), riso in bianco e frutta per il Bambino (che, deo gratias, mangia frutta e verdura a pacchi da venti: adora albicocche, melone, anguria, carote e cipolla, e non per merito mio [si veda sopra]).
Il Marito non ha fame (solito culo), ma sta con noi a chiacchierare e giocare.
Ore 22.
Il Bambino dorme.
Al Marito comincia a venire fame.
Si prepara la cena.
Qui di seguito la ricetta del suo piatto unico.
Consigliato a:
- chi è alto uno e ottantadue per sessantadue chili
- chi lavora nei campi dalle 10 alle 16 ore al giorno
- chi non teme per i livelli del proprio colesterolo
- chi non teme gli incubi notturni
- chi non teme di associare le proteine
- chi non sa cosa siano le emorroidi
Ingredienti (per una persona):
- una scatola di mais dolce da 250 gr.
- una scatola di Simmenthal da 250 gr.
- una fetta di pancetta alta un dito
- un pezzo di burro alto due dita
- peperoncino
- due panini comuni (grossi)
Come procedere:
- far sciogliere il burro in una padellina antiaderente
- unire la pancetta tagliata a dadini e farla rosolare col peperoncino
- quando la pancetta sarà croccante, unire il mais precedentemente scolato e far saltare a fuoco vivo
- disporre la Simmenthal al centro di un piatto e disporvi tutt'attorno il mais, avendo cura di non perdere nemmeno una goccia del burro fuso (servirà per la scarpetta)
Annaffiare il tutto con un buon lambruschino e gustare il piatto sotto gli occhi inorriditi/invidiosi della moglie.

martedì 14 luglio 2009

Oroscopo della settimana - 10/16 luglio

Stai sfruttando a pieno le opportunità uniche che il 2009 ti sta offrendo, Scorpione? Siamo a metà dell’anno ed è ora di fare un po’ di bilanci. Spero che tu abbia cominciato a costruire il punto di forza o la fonte di energia che sarà la tua base nei prossimi anni. Sarebbe meglio se avessi tutto pronto entro la fine dell’estate o l’inizio dell’autunno. Ricorda quello che ti ho detto: la vita sta complottando per sistemarti nella casa ideale, per rafforzare i rapporti con i tuoi alleati più stretti e per farti avere le risorse necessarie a raggiungere i tuoi obiettivi a lungo termine.
Fonte: Internazionale

"Stai sfruttando a pieno le opportunità uniche che il 2009 ti sta offrendo?"
Sì, opportunità uniche per vedere branchi di sorci verdi esistenziali.
Sì, le sto sfruttando: o guardare o perire. Preferisco guardare, grazie.

"Siamo a metà dell’anno ed è ora di fare un po’ di bilanci. Spero che tu abbia cominciato a costruire il punto di forza o la fonte di energia che sarà la tua base nei prossimi anni."
Da un anno bilancio la bilancia, e, avendola bilanciata, mi sono trovata sbilanciata a fare i conti con tutto quello che prima sbilanciava la bilancia ma, a quanto pare, bilanciava la paura, l'ansia, il panico. Ho cominciato a costruire il punto di forza, la fonte di energia è un pozzo artesiano e mi fa piacere sapere che questo 2009 me lo ricorderò con un sorriso quando sarò vecchia.

"Ricorda quello che ti ho detto: la vita sta complottando per sistemarti nella casa ideale, per rafforzare i rapporti con i tuoi alleati più stretti e per farti avere le risorse necessarie a raggiungere i tuoi obiettivi a lungo termine."
Lo terrò a mente, così come l'ho tenuto a mente in questi mesi. Anche perché se me lo fossi scordata adesso sarei strafatta di Prozac.

Namastè!

domenica 12 luglio 2009

Mi pento e mi dolgo

Lo ammetto: mi sono turata il naso in più di un'occasione e ho votato PD.
Ma adesso mi sono redenta e ho smesso.
Oggi, leggendo, come spesso faccio, il blog di Galatea, sono capitata su questo blog, con questo post.
Tempo addietro definivo il PD non un "grande partito", ma un "partito grande, pure troppo". Confermo.
Li ho votati per far numero contro il Biscione.
Ripeto, mi sono redenta.
E per par condicio mi fanno schifo uguale.

mercoledì 8 luglio 2009

Cosa farò da grande.

La verità è che, se mi proietto nel futuro, mi vedo a scrivere. Anche a tradurre, certo, ma la scrittura occuperà uno spazio sempre più ampio nella mia vita, ormai lo so.
Quel che non so è che cosa diamine scriverò.
Ho voglia di scrivere di tutto, frammenti di storie e appunti di narrazioni di affollano la mente. Annoto tutto, dimentico molto.
Arrivare alla scrittura, come alla traduzione (e questo non stupisce), significa superare degli ostacoli interiori sui quali campeggia una sola parola: inadeguatezza.
Quando intervistati, gli scrittori dichiarano sempre che siedono per ore a digitare fiumi di parole. La cosa mi spaventa. Per il momento, il massimo che riesco a fare – e solo nei giorni di buona – è digitare fiumi di cartelle tradotte. Non sono pervasa dal sacro fuoco della narrazione (saranno tutti i casini in cui mi dibatto quotidianamente che mi distraggono? Può essere…), però ho qualche milione di idee, tutte rigorosamente frammentarie. Non a caso, il mio vecchio e rinnegato blog si chiamava “Appunti&Pensieri”.

Amicizie

La cometa delle amicizie deve essere passata sull’Emilia Romagna.
Nell’epoca dei social network che abusano in ogni modo delle parole “amico”, “amici” e “amicizia”, che miliardi di volte al giorno le svuotano del loro significato, che giungono persino ad accostare il verbo “chiedere” a una delle cose che in assoluto rifugge di più dal poter essere chiesta, assisto all’epifania dell’amicizia classicamente intesa, quella che da adolescenti chiamavamo con la A maiuscola e che, a trentacinque anni, vediamo spogliata di orpelli 2.0.
Sabato sera il Marito, dopo uno scambio di sms degni del DSM IV (ché qualche concessione alla tecnologia la si deve pur fare), ha invitato a cena un amico sperduto, uno di quelli che quando escono dalla tua vita sbattendo la porta ti ci incazzi, sbraiti, ma non smetti mai di tenerli nel cuore. È stata una bella serata. Gli uomini si sono detti il necessario, le donne (le mogli) si sono dette il resto con franchezza, i bambini hanno giocato.
Non so come proseguirà, ma di certo è stato abbattuto un muro.
Mezzora fa suona il mio cellulare. È un numero che non conosco, ma la voce dall’altra parte la conosco bene: appartiene all’amica delle superiori, quella che non sentivo da sedici anni, quella con cui ho condiviso una fetta di vita bella grossa, quella che quando me ne sono andata – io, questa volta – ha certamente sofferto ma altrettanto certamente non me ne ha voluto (sì, questo genere di persone esiste). È stata una telefonata priva di imbarazzo. “Ti ho pensata spesso, solo adesso ho preso il coraggio di chiamarti.” “Ti ho pensata spessissimo, l’ultima volta ieri sera.” Ci vedremo, organizzeremo una giornata in campagna coi bambini che ruzzano. E ci guarderemo in faccia. Magari poi finirà lì. Magari no.
Resto con un senso di profondo ottimismo.
E il tutto senza l’ausilio di FaceBook.
Il che è senz’altro un successo.

lunedì 6 luglio 2009

Parigi val bene un aereo

Diciamocelo, se la Natura ci avesse voluti piccioni ci avrebbe fatto le ali. Così non è stato, quindi, a dispetto delle migliaia di rotte aeree che ogni giorno inquinano i cieli, io preferisco inquinare spostandomi su gomma o su rotaia.
Sì, è un modo elegante per dire che ho paura di volare.
Non mi precludo la cosa, va detto, ma di certo non bramo di salire su un “uccello d’acciaio”, o come diavolo lo chiamano gli indigeni di non so più quale etnia. Poi, se si aggiunge che le mie mete turistiche d’elezione restano entro i confini del Vecchio Continente (sì, ho gusti drammaticamente Grand Tour, e ho ancora una voglia matta di vedere e rivedere l’Europa), allora il gioco è fatto: sogno mille vacanze, novecentonovantanove delle quali non prevedono decolli e atterraggi.
Venerdì sera viene a trovarci lo zio Meme, il fratello che non ho avuto, l’amico di sempre che si dà il caso essere anche il manager della KC Travel, agenzia viaggi in Bologna. Usciamo a cena col Marito e il Bambino, una serata tranquilla come tante, bella come tutte.
Non appena seduti, il Marito, la cui memoria a breve termine lascia alquanto a desiderare, si ricorda di essere senza sigarette (il che consentirebbe una lunga digressione su come faccia un fumatore di medio calibro a dimenticare le sigarette. Voglia inconscia di smettere, direbbe qualcuno, visto che gli succede un giorno sì e un giorno no. Neurone annebbiato dalla nicotina, potrebbero obiettare i più pessimisti. Ma non divaghiamo). Mi guarda con occhi da boxer bavoso e mi chiede se per caso fra i compiti di una moglie devota quale notoriamente sono non ci sia anche quello di prendere la macchina, abbandonare il vinello trentino fresco e profumato che la cameriera ha appena posato sul tavolo nel suo bravo portaghiaccio, farsi tre chilometri e andare a comprare un pacchetto di paglie al più vicino tabaccaio.
Figuriamoci se gli dico di no. In questi anni ho detto sì a cose ben più impegnative.
Vado.
Torno.
Sorseggio il vinello di cui sopra.
Chiacchiero a ruota libera.
Uso l’espressione “joie de vivre”.
Mai scelta linguistica fu più azzeccata.
Prendo il tovagliolo per nettarmi la bocca da non so più quale delizia stessi addentando (sospetto si trattasse di porchetta alla brace, ma la bottiglia era già quasi vuota e i ricordi si fanno confusi) e sotto che ci trovo?
Ci trovo tre biglietti aerei per Parigi e la prenotazione per due notti in un albergo di Montparnasse.
Wow…cioè…come?...wow…non so che dire…l’emozione mi toglie la favella.
Il Marito non è nuovo a questo genere di sorprese, né al mettersi in combutta con lo zio Meme per prendermi in contropiede.
Sono emozionata e felice. Davvero. Tre giorni a Parigi, noi tre. A fine luglio, non in un uggioso finesettimana di novembre.
Non so se mi rende più felice la meta, il fatto di essere noi tre per un weekend speciale (il Bambino sente il nostro entusiasmo e non vede l’ora di andare a vedere la città di Ratatouille) o il fatto che il Marito si conceda il lusso di _staccare_ (provo una profonda avversione per questa parola, ma stavolta è quantomai azzeccata) in piena stagione per ricaricare le batterie (profonda avversione, parte seconda) prima dell’inizio della raccolta.
Adesso ho un motivo valido per consegnare qualche giorno prima il libro del momento.
Sono felice.