mercoledì 8 luglio 2009

Amicizie

La cometa delle amicizie deve essere passata sull’Emilia Romagna.
Nell’epoca dei social network che abusano in ogni modo delle parole “amico”, “amici” e “amicizia”, che miliardi di volte al giorno le svuotano del loro significato, che giungono persino ad accostare il verbo “chiedere” a una delle cose che in assoluto rifugge di più dal poter essere chiesta, assisto all’epifania dell’amicizia classicamente intesa, quella che da adolescenti chiamavamo con la A maiuscola e che, a trentacinque anni, vediamo spogliata di orpelli 2.0.
Sabato sera il Marito, dopo uno scambio di sms degni del DSM IV (ché qualche concessione alla tecnologia la si deve pur fare), ha invitato a cena un amico sperduto, uno di quelli che quando escono dalla tua vita sbattendo la porta ti ci incazzi, sbraiti, ma non smetti mai di tenerli nel cuore. È stata una bella serata. Gli uomini si sono detti il necessario, le donne (le mogli) si sono dette il resto con franchezza, i bambini hanno giocato.
Non so come proseguirà, ma di certo è stato abbattuto un muro.
Mezzora fa suona il mio cellulare. È un numero che non conosco, ma la voce dall’altra parte la conosco bene: appartiene all’amica delle superiori, quella che non sentivo da sedici anni, quella con cui ho condiviso una fetta di vita bella grossa, quella che quando me ne sono andata – io, questa volta – ha certamente sofferto ma altrettanto certamente non me ne ha voluto (sì, questo genere di persone esiste). È stata una telefonata priva di imbarazzo. “Ti ho pensata spesso, solo adesso ho preso il coraggio di chiamarti.” “Ti ho pensata spessissimo, l’ultima volta ieri sera.” Ci vedremo, organizzeremo una giornata in campagna coi bambini che ruzzano. E ci guarderemo in faccia. Magari poi finirà lì. Magari no.
Resto con un senso di profondo ottimismo.
E il tutto senza l’ausilio di FaceBook.
Il che è senz’altro un successo.

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