sabato 18 luglio 2009

I love shopping con il mio criceto mannaro

Così l’ottimo Yako etichettò, una volta, la mia passione per il genere chick-lit.
Lungi dal rinnegare un filone che farei carte false per tradurre (signor Salani, signora Piemme: datemi un romanzuccio da tradurre, suvvia), riconosco che la mia passione per il genere-spazzatura di cui è piena la mia libreria (e di cui l’Amica si serve al grido di “per fortuna che ci sei tu a spendere soldi in queste cazzate così io le leggo gratis” [commento che io accolgo ogni volta con un sorriso, anche se comincio a sospettare non sia un complimento]) riconosco – dicevo – che la cosa sta assumendo i contorni di una dipendenza. Si tratta, effettivamente, di qualcosa di fisico, e i signori dell’ufficio marketing delle case editrici lo sanno bene: copertine accattivanti, dai colori acidi, sgargianti, che invitano all’acquisto, che ai lettori sprovveduti come me fanno l’effetto di un negozio di caramelle sulla psiche e sui sensi di un bambino. Li compro in maniera compulsiva. Tocco le copertine. Eseguo il rito di cercare il nome del traduttore (di solito una traduttrice, e anche su questo ci sarebbe da fare una riflessione). Sono volumi corposi, ma leggerissimi. Come facciano a rilegare duecentocinquanta pagine in meno due etti è quasi un mistero. O forse no. Font larghi, che facilitano la lettura, che ti obbligano a bere le parole, che ti fanno star su la notte a rincorrere le avventure – sempre assai simili fra loro – delle protagoniste, di tutte quelle donne con cui, per un motivo o per l’altro, ti identifichi. Leggo avidamente, svuoto il cervello, non penso.
Poi succede qualcosa.
Succede che, come quando mangi troppe caramelle, ti viene un leggero senso di nausea. E, con quel leggero senso di nausea, allunghi la mano verso un altro genere di cibo, o di libro.
Oddio, detta così sembra che io abbia passato la vita a leggere romanzi da spiaggia, il che non corrisponde esattamente a verità, ma non sono particolarmente interessata a elencare tutta la letteratura alta e altissima che mi sono sparata nella corteccia cerebrale: sono finiti i tempi in cui credevo di essere apprezzata per le endovenose di cultura che mi sparavo su base quotidiana.
Sto leggendo Jules e Jim.
Era ora, si dirà.
Già, era ora.
Più che altro era ora che io mi disintossicassi dalle caramelle gommose e colorate e passassi alle fette biscottate integrali.
Avere per le mani un libro di Adelphi, o di Sellerio, è un’esperienza sensoriale – prima ancora che intellettuale – straordinaria. Mi si potrebbe obiettare che anche il contenuto fa la sua parte. Certo, le vicende di Jules e Jim hanno uno spessore – e uno stile – assai diverso da quelle della Becky di turno, ma oggi quel che mi colpisce è la sobrietà, l’essenzialità di questi volumi che diventano dei classici già per la veste grafica che portano. È la stessa differenza che passa fra un gioco per bambini mille-luci-e-colori di marca Chicco e un gioco di legno di marca Città del Sole. Il primo attira, fa brillare gli occhi e allungare istintivamente la mano; il secondo appaga i sensi, nutre e, in ultima analisi, dura per sempre.
E ciò non significa che non comprerò il prossimo Kinsella, anzi.
Solo, sono felice di non averne più bisogno.

Nessun commento: