lunedì 6 luglio 2009

Parigi val bene un aereo

Diciamocelo, se la Natura ci avesse voluti piccioni ci avrebbe fatto le ali. Così non è stato, quindi, a dispetto delle migliaia di rotte aeree che ogni giorno inquinano i cieli, io preferisco inquinare spostandomi su gomma o su rotaia.
Sì, è un modo elegante per dire che ho paura di volare.
Non mi precludo la cosa, va detto, ma di certo non bramo di salire su un “uccello d’acciaio”, o come diavolo lo chiamano gli indigeni di non so più quale etnia. Poi, se si aggiunge che le mie mete turistiche d’elezione restano entro i confini del Vecchio Continente (sì, ho gusti drammaticamente Grand Tour, e ho ancora una voglia matta di vedere e rivedere l’Europa), allora il gioco è fatto: sogno mille vacanze, novecentonovantanove delle quali non prevedono decolli e atterraggi.
Venerdì sera viene a trovarci lo zio Meme, il fratello che non ho avuto, l’amico di sempre che si dà il caso essere anche il manager della KC Travel, agenzia viaggi in Bologna. Usciamo a cena col Marito e il Bambino, una serata tranquilla come tante, bella come tutte.
Non appena seduti, il Marito, la cui memoria a breve termine lascia alquanto a desiderare, si ricorda di essere senza sigarette (il che consentirebbe una lunga digressione su come faccia un fumatore di medio calibro a dimenticare le sigarette. Voglia inconscia di smettere, direbbe qualcuno, visto che gli succede un giorno sì e un giorno no. Neurone annebbiato dalla nicotina, potrebbero obiettare i più pessimisti. Ma non divaghiamo). Mi guarda con occhi da boxer bavoso e mi chiede se per caso fra i compiti di una moglie devota quale notoriamente sono non ci sia anche quello di prendere la macchina, abbandonare il vinello trentino fresco e profumato che la cameriera ha appena posato sul tavolo nel suo bravo portaghiaccio, farsi tre chilometri e andare a comprare un pacchetto di paglie al più vicino tabaccaio.
Figuriamoci se gli dico di no. In questi anni ho detto sì a cose ben più impegnative.
Vado.
Torno.
Sorseggio il vinello di cui sopra.
Chiacchiero a ruota libera.
Uso l’espressione “joie de vivre”.
Mai scelta linguistica fu più azzeccata.
Prendo il tovagliolo per nettarmi la bocca da non so più quale delizia stessi addentando (sospetto si trattasse di porchetta alla brace, ma la bottiglia era già quasi vuota e i ricordi si fanno confusi) e sotto che ci trovo?
Ci trovo tre biglietti aerei per Parigi e la prenotazione per due notti in un albergo di Montparnasse.
Wow…cioè…come?...wow…non so che dire…l’emozione mi toglie la favella.
Il Marito non è nuovo a questo genere di sorprese, né al mettersi in combutta con lo zio Meme per prendermi in contropiede.
Sono emozionata e felice. Davvero. Tre giorni a Parigi, noi tre. A fine luglio, non in un uggioso finesettimana di novembre.
Non so se mi rende più felice la meta, il fatto di essere noi tre per un weekend speciale (il Bambino sente il nostro entusiasmo e non vede l’ora di andare a vedere la città di Ratatouille) o il fatto che il Marito si conceda il lusso di _staccare_ (provo una profonda avversione per questa parola, ma stavolta è quantomai azzeccata) in piena stagione per ricaricare le batterie (profonda avversione, parte seconda) prima dell’inizio della raccolta.
Adesso ho un motivo valido per consegnare qualche giorno prima il libro del momento.
Sono felice.

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