venerdì 25 dicembre 2009

Vecchi amici

Matrimoni e funerali, si sa, hanno almeno una cosa in comune: nella maggior parte dei casi i presenti vorrebbero essere altrove, ma l’etichetta impone la loro presenza. Ho partecipato a un funerale e, in barba alle statistiche, il mio cuore aveva accompagnato il mio corpo. Ed è stato un bene che fossero presenti entrambi, perché così ho potuto condividere il grande cuore comune con amici che non vedevo da una dozzina d’anni. Una dozzina d’anni e li chiami amici? Sì, li chiamo ancora amici, anche se i fili dei nostri rapporti si sono sciolti per sempre, anche se passeranno altri dodici anni prima che ci si riveda. Eravamo un bel gruppo, noi undici. Era la metà degli anni Novanta, e la vita ci aveva messi insieme perché potessimo darci tanto, sviscerare ogni singola piega del nostro essere, sostenerci e scontrarci, per poi lasciarci. Ognuno per la propria strada. A quel funerale eravamo cinque, non so se gli altri abbiano pensato ai sei che mancavano, io solo di sfuggita. Ed è giusto così. Abbiamo scambiato quelle poche parole che la situazione ci consentiva, però non sono state chiacchiere formali. Eravamo noi dodici anni dopo, ognuno con la propria vita, coi propri sospesi, col proprio disinteresse, anche. Però quando ci siamo abbracciati lo abbiamo fatto col cuore, non solo col corpo. Poi, ognuno è tornato alla propria vita, tre di noi continueranno a costruire il rapporto che non si è mai interrotto, gli altri due forse no, o forse sì. Ciò che conta è che ieri abbiamo ricordato che ciò che siamo stati non è andato perduto.