giovedì 17 giugno 2010

C'est la gloire!

Se me l'avessero detto quando leggevo "Cucinare col Fernet Branca" ammirando le straordinarie doti traduttorie di Alberto Bracci Testasecca, probabilmente non ci avrei creduto...



Di Morgan Palmas

La figura del traduttore, una nuova rubrica dedicata al mondo delle traduzioni editoriali

Sara Crimi e Alberto Bracci Testasecca sono, fra le altre attività, traduttori in ambito editoriale, una professione che nel corso del tempo è divenuta sempre più gremita di persone, oltre che mal pagata. Ne parliamo con loro provando ad addentrarci in territori sconosciuti ai più. Qual è stato il vostro percorso formativo?

Sara: Non posso che dare una risposta probabilmente già sentita: l’amore per le lingue straniere, la lettura e la scrittura è nato con me, mi appartiene da sempre. Il liceo linguistico, la facoltà di lingue, i frequenti viaggi all’estero e i corsi di approfondimento sono stati la strada “obbligata” che ho percorso per continuare a coltivare i miei interessi, senza – lo ammetto – darmi un obiettivo preciso. Durante e dopo gli studi, ho insegnato inglese, ho lavorato come interprete e sono stata impiegata in un ufficio commerciale estero per un anno e mezzo. La svolta è arrivata quando, nel 2001, ho letto su Repubblica il bando di concorso per un Master in traduzione letteraria per l’editoria e ho sentito con chiarezza che quella doveva essere la mia strada. Dopo il corso ho fatto tre mesi di stage nell’ufficio editoria di un ente culturale trentino (dove ho imparato moltissimo) e ho cominciato a tradurre.

Alberto: Nessun percorso formativo. Nessun corso di lingua. Nessuna scuola di traduzione. Durante oltre dieci anni ho viaggiato per il mondo mantenendomi con i più svariati lavori, e così ho imparato le lingue, come qualsiasi emigrante. Non è difficile, quando ti capita di amare in inglese, rischiare in spagnolo, sostenere un’idea in francese o discutere del tuo salario in tutte e tre le lingue più dialetti vari… E poi leggendo: quando la burocrazia ti blocca per un mese in un lodge della Tanzania o il fango in un villaggio nepalese, leggi quel che trovi, e difficilmente trovi libri in italiano.

Finché avete trovato il modo di utilizzare le lingue in ambito editoriale: come è stata la prima esperienza?

Sara: Un battesimo del fuoco. Una casa editrice milanese cercava un traduttore per un testo destinato agli studenti della Bocconi: un saggio sulla dinamica delle regole nelle organizzazioni. Stavo ancora seguendo le lezioni del Master e fino a quel momento mi ero esercitata su testi letterari, poesie e articoli di giornale, ma non avevo idea di come organizzare il lavoro sul campo. Ricordo una notevole ansia da prestazione, la paura di non riuscire a rispettare la scadenza, la voglia di riscrivere daccapo tutto quanto. Lavoravo a stretto contatto con i curatori (uno a Milano e uno negli Stati Uniti), cercavo di porre il minor numero di domande possibile (oggi so che la mia ritrosia era ingiustificata, perché la collaborazione fra traduttore e revisore è essenziale), mi sono procurata manuali di statistica, matematica ed economia, portavo con me le bozze ovunque andassi e obbligavo amici e marito ad ascoltare le mie letture ad alta voce. Con gli anni il metodo non è cambiato granché, mentre la paura di non essere all’altezza è andata sfumando in favore di una maggiore concentrazione e consapevolezza di me.

Alberto: Casuale. Avevo vent’anni, ero a Parigi e ho tradotto in italiano una commedia di Copi, un simpaticissimo argentino che scriveva testi piuttosto osé in francese e disegnava buffi fumetti col nasone. Il mio compenso era l’ospitalità in una specie di comune post-dannunziana frequentata da travestiti oppiomani e sbandati colti di vario tipo, un posto assai variopinto (lì per esempio si parlavano quattro o cinque lingue contemporaneamente). La prima esperienza professionale a fine anni Ottanta, con i romanzi rosa della collana Blue Moon e i gialli dei periodici Longanesi (compenso 900mila lire lorde, a forfait). Poi, nel tempo, lavori da negro (cioè traduzioni fatte da me e firmate da altri), saggi interessanti e sottopagati (“lei capisce, non è certo una pubblicazione su cui pensiamo di guadagnare…”) e finalmente l’approdo alla letteratura. Il primo vero testo letterario che ho tradotto è stato Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, di Eric-Emmanuel Schmitt.

Sara appartiene alla nuova generazione di traduttori, Alberto alla precedente, pensate di assomigliarvi nella gestione di un testo o sono intervenuti negli ultimi anni nuovi elementi professionali?

Sara: Credo che – pur traducendo opere di genere assai diverso – la gestione del testo assomigli sempre a quello che Giuseppe Iacobaci, un collega che stimo molto, una volta definì “un incontro di Sumo” fra autore e traduttore. Penso altresì che negli ultimi anni siano intervenuti nuovi e decisivi elementi professionali, il primo dei quali è senza dubbio Internet. Per me che faccio questo mestiere da meno di dieci anni, l’uso delle risorse web (dizionari, glossari, immagini, cataloghi delle biblioteche …) e delle liste e dei gruppi online di traduttori è prassi quotidiana e fonte di supporto continua e irrinunciabile. Per quanto mi sia capitato spesso di visitare di persona le biblioteche di mezza Italia alla ricerca di una citazione di poche righe, il più delle volte il mio lavoro di ricerca è giocato in Rete, con un notevole risparmio di tempo, energie e denaro.

Alberto: Immagino che tradurre sia sempre tradurre, i requisiti necessari continuano a essere una buona conoscenza della lingua di partenza, un’eccellente conoscenza della lingua di arrivo, e molta sensibilità. Poi ogni editore ha le sue particolari esigenze (o fisime). Naturalmente la tecnologia ha portato vari cambiamenti: scrivere sul computer anziché sulla macchina da scrivere, svolgere le ricerche su internet anziché fare la caccia al tesoro delle fonti, consultare vocabolari digitali anziché sfogliare pesanti tomi eccetera, ma sono tutti mutamenti che si risolvono in un sostanziale guadagno di tempo, non influiscono sulla qualità della traduzione.

Provate a fornire una diapositiva del mercato editoriale delle traduzioni sulla base delle vostre esperienze: guadagni, virtù, difficoltà, ecc.

Sara: Questo mestiere si fa per amore, è un dato di fatto. Il che, sia chiaro, non deve significare che lo si debba fare a ogni costo e a qualunque condizione. Elencarne le virtù significa dare una diapositiva di se stessi: c’è chi – come me – ama la dimensione solitaria di questo mestiere, il contatto stretto e continuo con i libri, il rapporto esclusivo con il testo che si sta traducendo, la possibilità di organizzare le proprie giornate (e, spesso, le proprie nottate), la libertà derivante dall’essere liberi professionisti. Il rovescio della medaglia è costituito da guadagni non sempre commisurati allo sforzo, al tempo e all’impegno necessari per portare avanti un progetto, da tempi di consegna spesso strettissimi, dalla necessità di lavorare a più cose contemporaneamente per far quadrare i conti. La difficoltà maggiore a mio avviso consiste nel trovare uno spazio di manovra per negoziare tariffe e condizioni contrattuali con i committenti, nell’esercitare il proprio diritto/dovere di contrattare per raggiungere accordi equi, senza cedere alla tentazione di lavorare ad ogni costo. Due aspetti che sottolineo sempre quando tengo i seminari agli aspiranti traduttori sono il non accettare qualsiasi tariffa pur di vedere il proprio nome stampato su un libro e il saper dire no a un progetto che, per ragioni di tempo o contenuti, non è adatto a noi.

Alberto: Si guadagna poco, ha il grande vantaggio che lo fai quando vuoi e dove vuoi (quindi può essere un side-business), e le difficoltà variano a seconda del testo in cui ti imbatti.

Parlateci dei contratti.

Sara: Per quanto ogni editore abbia una propria versione del contratto di traduzione, ci sono dei punti comuni. Anzitutto il diritto d’autore: il traduttore cede all’editore il diritto ventennale (anche se sono sempre di più i casi di traduttori che “strappano” un periodo più breve) di sfruttamento della traduzione. Assai di frequente è citata la clausola dell’accettazione unilaterale (da parte dell’editore) della traduzione, clausola che può rivelarsi molto insidiosa in caso di controversie. I contratti dovrebbero menzionare l’obbligo da parte dell’editore di citare debitamente il nome del traduttore e di consentirgli di visionare le bozze prima della stampa. Una clausola che nessun traduttore dovrebbe mai accettare è quella del pagamento all’uscita del volume, perché gli editori hanno la facoltà di non far uscire un libro che pure hanno commissionato (a me è successo due volte, ma in entrambi i casi ero stata pagata alla consegna). Ci sarebbe molto altro da dire, ma quel che più mi interessa sottolineare qui è la necessità di una presa di coscienza – sia da parte di chi fa questo mestiere da anni, sia da parte degli esordienti – del proprio ruolo in quanto soggetto attivo di una transazione commerciale che, per quanto possibile, non dovrebbe essere subita dal traduttore.

Alberto: Ho avuto rapporti con una dozzina di case editrici diverse (oltre svariati negrieri) e dal punto di vista tariffario ho visto di tutto, dai 3 ai 30 euro a cartella, ma anche di meno e anche di più. Il mercato è libero e ogni editore fa quel che vuole. Non so se esistano dei “minimi salariali”, ma trattandosi di singole cessioni d’opera e non di uno stipendio continuativo ne dubito. Credo che per legge un traduttore avrebbe diritto a una percentuale sul venduto, come un autore, ma è una norma che non viene mai applicata. Il potere contrattuale di un traduttore è molto basso, perché c’è più offerta che domanda, almeno per lingue diffuse come l’inglese o il francese. Un minimo di potere contrattuale può venire dal talento personale, a condizione però che dall’altra parte ci sia un editore in grado di capire la differenza tra una buona e una cattiva traduzione, cosa molto più rara di quel che si pensa.

Si può vivere in Italia soltanto di traduzioni di libri?

Sara: Al contrario di quanto sembrerebbe dimostrare il mio percorso professionale (traduco libri e siti web, mi occupo di redazione e di tanto in tanto tengo seminari), sì, è possibile vivere soltanto di traduzioni di libri, e conosco diversi professionisti che lo fanno. Penso però che per mantenersi con le sole traduzioni editoriali occorra una qualità fondamentale: poter garantire a se stessi ancor prima che all’editore una “curva di rendimento” ottimale che crei un equilibrio perfetto fra tempi di consegna, qualità, continuità del lavoro e tariffe.

Alberto: Data l’estrema varietà delle tariffe, dipende dai contatti che hai. E da quante ore dedichi al lavoro. E da quali sono i tuoi bisogni. E dalla continuità con cui ti arrivano nuovi testi da tradurre. Di certo non si diventa ricchi e nemmeno si mantiene una famiglia. A parte singoli casi, non credo che un traduttore possa aspirare a fare più di 15-20 mila euro l’anno. Parlo di traduttori affermati.

E come si accede alla professione – non in termini formativi, ma occupazionali –, bussando alla porta o conoscendo chi aprirà quella medesima porta?

Sara: Entrambe le strade possono portare dei risultati, ma occorre spiegare le differenze. “Bussare alla porta” richiede un’ottima conoscenza del mercato editoriale e dei cataloghi degli editori cui ci si propone, un notevole talento per lo scouting, molta fiducia in se stessi e una scorta pressoché inesauribile di pazienza e caparbietà. Secondo alcuni, proporre nuovi titoli è il modo più efficace per farsi notare dagli editori. A mio avviso giocare questa carta non è facile come sembra, ma è vero che può dare grandi soddisfazioni. Quanto al “conoscere chi aprirà quella medesima porta”, una precisazione è d’obbligo: conoscere qualcuno che già lavora nell’ambiente e può fare il nome di un traduttore alle prime armi non significa essere raccomandati nel senso più deteriore e – perdonatemi – più italiano del termine. Significa avere la possibilità di essere messi alla prova perché qualcuno ha fiducia in te e ti dà un’occasione. Chi entra in casa editrice solo perché è “amico, fratello o cugino di” ma non ha talento, farà poca strada; diverso è poter essere presentati, raccomandati, per la propria bravura. E qui entra in ballo un altro fattore determinante per l’accesso alla professione: la rete di contatti che ci si costruisce nel tempo.

Alberto: In Italia le conoscenze aiutano sempre, ça va sans dire, ma la maggior parte degli editori seri applica un filtro qualitativo: ti fa fare una prova e vede come te la cavi, se sei bravo hanno tutto l’interesse a farti lavorare. Parlo degli editori seri, quindi una strettissima minoranza.

Tre consigli a chi pensa di intraprendere la vostra stessa strada.

Sara: (1) Essere pronti a una gavetta che in alcuni casi può essere molto lunga; (2) Tradurre, tradurre, tradurre e poi ancora tradurre: l’allenamento è essenziale; (3) Muoversi, conoscere, parlare, ascoltare, leggere di tutto e di tutti.

Alberto: Cari futuri traduttori e traduttrici, fatelo solo se vi piace, se amate realmente la letteratura, se avete il gusto delle parole e della loro disposizione, se vi entusiasmate a entrare nei meandri psicologici e dialettici degli scrittori. Fatelo solo se siete disposti a lavorare senza avere alcuna gratificazione in cambio se non la vostra personale soddisfazione: nessuno vi cercherà né vi ricorderà quando i libri usciti dalle vostre mani avranno successo. Fatelo solo se non è la vostra unica risorsa economica: la passione è bella, ma la fame è più forte.

2 commenti:

Artemide Diana ha detto...

Ma bravissima! :)
Jacqueline

valverde ha detto...

che bello rileggerti e con un argomento così "nuovo!" per me...
baci
ross
p.s. non capiterà mai, ma se dovessi scrivere un libro affiderei a te la traduzione in altra lingua!che so : russo..tedesco o ciò che vuoi! ;DD non sto scherzando, baci ancora...