lunedì 20 agosto 2012

Il primo nato dopo la tragedia

Ieri mi è successa una cosa. Mi è successo che la vita mi ha donato una lezione di cui faccio tesoro e che voglio condividere, come si dovrebbero condividere le cose belle, come si fa assaggiare una buona fetta di torta all'amico che sta pranzando accanto a te.
Siccome avevo bisogno di soldi e il bancomat del paese è fuori servizio dal 29 maggio, ho preso la macchina e sono andata a Cavezzo. Non facevo quella strada da "prima" e non ero pronta allo spettacolo che mi si è parato davanti. Conosco a memoria le macerie da Modena a Cortile e da Cortile a Rovereto, ma non avevo ancora visto quelle in direzione opposta, quelle da Cortile a Cavezzo, passando per Ponte Motta.
Il paesaggio non c'è più. Almeno, non c'è più quello a cui ero abituata. Container, tende, impalcature, cristi (mai parola fu più adeguata a descrivere un oggetto, perché lì sì che c'è tutta la sofferenza della Croce, e la vede pure un'atea), insomma, tutto il copione televisivo di questi mesi.
Guidavo e sentivo salire la commozione. È un dolore che prende al cuore, quello lì, fa proprio male fisico allo sterno. Arrivo a Cavezzo e mi accorgo che a piangere è (anche) la parte di me che sente tutto questo come un incubo irreale, un'esperienza onirica dalla quale ci sveglieremo accorgendoci che è stato solo un brutto film.
Non è un film, no.
Cavezzo è riconoscibile solo a intuito, perché nel vuoto di una torrida domenica di agosto la mancanza di intere file di palazzi, le case sventrate con i materassi in bella mostra, gli uffici in cui puoi vedere i post-it attaccati alla lavagnetta di sughero sulla parete, lo stravolgimento dei punti di riferimento e del paesaggio urbano impediscono di tornare col ricordo a quello che si conosceva.
Sono arrivata al container della banca, ho prelevato e me ne sono andata.
Ho rifatto la strada verso Cortile piangendo come una fontana (piangere alla guida è vietato dal codice della strada?), perché in quei casi lì c'è poco da trattenersi, meglio sfogare. Arrivata al podere ho fatto in modo di calmarmi, più che altro per non turbare troppo mio figlio, che ovviamente si è accorto lo stesso del fatto che ero sconvolta e me ne ha chiesto il motivo, ma tralasciamo.
Poi, due minuti dopo, è successa l'altra cosa, quella bella, quella che mi ha dato una gran lezione di vita. È successo che mi ha scritto il revisore del libro che ho tradotto (a quattro mani, va detto) in giugno, il libro che è l'equivalente del primo bambino nato dopo una tragedia (avete presente l'immancabile titolo sui giornali?). Il revisore mi scrive i suoi complimenti per la traduzione e lì mi si accende una lampadina: allo stesso evento che ci ha cambiati tutti per sempre possiamo associare il dolore immenso e la creatività, alla distruzione corrisponde la costruzione. E la vita (perché io non credo alle coincidenze, e anche a volerci credere, era domenica pomeriggio, d'agosto, non esattamente un orario urbano per lavorare) me l'ha voluto ricordare proprio in quel momento, facendomi vedere la distruzione e subito dopo mettendomi di fronte la sua contropartita. L'ho letto come un messaggio: anche per me è nato il primo bambino dopo la tragedia, e se è successo a me, può succedere a tutti.

mercoledì 8 agosto 2012

parole dimenticate

Questa foto è stata scattata oggi da mio marito. Ritrae la demolizione di un edificio a Cortile (dove adesso c'è la ruspa prima c'era una casa colonica). In epoca fascista era stata "decorata" con scritte inneggianti alla patria e all'onore, scritte che ho letto decine di volte, che avrei voluto fotografare, ma non l'ho mai fatto perché credevo di avere tutto il tempo del mondo davanti. Non riesco a ricordare cosa ci fosse scritto e sento di aver perso qualcosa.


lunedì 6 agosto 2012

primo taglio alle funzioni vitali

"Primo taglio alle funzioni vitali della casa pluricentenaria: scollegato il telefono fisso." Così recita lo status su Facebook di mio marito. La cruda efficacia di questa immagine mi colpisce come uno schiaffo, mando giù il nodo alla gola e proseguo col mio lavoro.
Fin dall'inizio ho scacciato con cura il pensiero della demolizione, premessa necessaria alla ricostruzione, e questa immagine me l'ha fatto tornare alla mente con prepotenza.
Passa qualche ora e il marito mi stupisce com'è solito fare: mi squilla il cellulare, lo schermo dice "Campagna 05966****". Ho un tuffo al cuore e mi vengono le lacrime agli occhi. Da quanto tempo non vedevo quella scritta!
Lui era tutto felice della sorpresa riuscita: il telefono è stato allacciato all'interno del capannone e presto metterà anche il modem (io già penso al fresco del capannone per lavorare).
Ho provato la stessa emozione di quando ha recuperato la valigia dei cd e mi sono resa conto che, sì, il ciclo di distruzione e rinascita continua.
Questo primo taglio delle funzioni vitali assume i contorni del trapianto.

sabato 4 agosto 2012

io e lui

Scrivo il titolo di questo post e, probabilmente per deformazione professionale, il primo pensiero è che, siccome la lingua italiana non dispone del neutro, sono costretta a usare il maschile per parlare di lui (appunto), ma penso anche che non è del tutto inappropriato, visto che lo penso tutti i giorni, neanche fosse un bel ragazzo.
Dall'ultimo post su questo blog, che ho ricominciato ad aggiornare per ragioni terapeutiche, mi sono passati per la testa mille e mille pensieri. C'è stata la rabbia, il diritto alla rabbia. La rabbia per la casa perduta e, con lei, la routine di tanti anni. La rabbia per gli infinti sbattimenti, le telefonate, le mail, la burocrazia, l'attesa. La rabbia per la paura di non farcela, di essere abbandonati.
Poi c'è stata la creatività. Un modo diverso di vedere le cose. La constatazione che lui ha portato dei cambiamenti radicali anche positivi. Non sono più attaccata alle cose come un tempo. Non lo sono mai stata granché, va detto, ma adesso si è smorzato anche l'attaccamento affettivo che mi impediva di liberarmi di vecchi libri o dei vecchi abiti ormai piccoli di mio figlio. Perché lui mi ha insegnato nel concreto ciò che gli aforismi spiegano a parole, cioè che tutto è già dentro di noi, al resto c'è rimedio.
Mi sono sollevata, ho rimboccato le maniche metaforiche, mi sono data da fare per me e per gli altri, cercando di essere sempre creativa e ottimista con mio marito e mio figlio, spesso ostentando una sicurezza che non avevo.
Come raccontarvi delle persone con cui parlo al bar? Gli uomini che non riescono a trattenere le lacrime, le donne con lo sguardo spaventato. Sono diretta con tutti. Chiedo come stanno, esprimo preoccupazione per loro. La reazione è spesso di stupore, è gente tosta, quella, non abituata a parlare di sentimenti.
Credo di aver trovato un equilibrio, poi mi basta una foto per crollare, un racconto per commuovermi.
È che la testa vorrebbe archiviare, illudersi che sia stato solo un sogno, qualcosa di fuori dall'ordinario di cui si parla al bar. Invece lui è lì. È un po' come quando si soffre per una storia d'amore finita, ci si chiede continuamente quando si smetterà di soffrire. È come un lutto, ci si domanda perché a me?
Mi dà un profondo fastidio la parola "terremotato" in tutte le sue declinazioni. Mi provoca un senso di vergogna. Penso a tutte quelle persone che fino a un momento prima erano, o si consideravano, "normali", "inquadrate", inserite nel corso scontato della vita e della società e adesso devono andare all'elemosina di una doccia. Lo so, lo so che non è un'elemosina. Come non lo sono le scatolette, l'acqua, l'autan, lo so. So che tutto quello che stiamo facendo è per un profondo senso di fratellanza, so che grazie a lui ho conosciuto amici nuovi e mi si sono aperte delle possibilità, ma ci sono anche i momenti difficili, quelli in cui vorrei che il ricordo non fosse così vivo e che lui non occupasse tutti i pensieri. 
L'emergenza non è finita, io reagisco con la creatività.

venerdì 6 luglio 2012

in senso metaforico

♦terremòto /♫ terreˈmɔto/ [vc. dotta, lat. tĕrrae mōtu(m), propr. ‘movimento (mōtus) della terra (tĕrrae, genit. di tĕrra)’ ☼ 1282] s. m. 1 scossa o vibrazione rapida e improvvisa della crosta terrestre: terremoto ondulatorio, sussultorio; epicentro, ipocentro di un terremoto; magnitudo di un terremoto | scala dei terremoti, V. scala (1) nel sign. 8 CFR. sismo-, -sismo SIN. sismo → TAV. terremoti (scale dei) 2 (fig.) evento che provoca improvvisi mutamenti: un terremoto finanziario | (fig.) persona o animale troppo vivace: quel ragazzo è un terremoto [così lo Zingarelli]

Direi che l'accezione 1 della parola sia nota a tutti: anche volendo, nell'ultimo mese non abbiamo potuto dire "no, grazie, l'argomento non mi interessa". Quindi lascio gli approfondimenti agli esperti.

È l'accezione 2 che mi colpisce particolarmente stamattina. Con quanta facilità usiamo questa parola in senso metaforico, con quanta leggerezza diciamo che un bambino è un terremoto, con quanta sicumera ci permettiamo di dire che abbiamo avuto un terremoto interiore. E quanto non conosciamo il suo vero significato. Quanto siamo presuntuosi nell'uso delle parole.

A più di un mese di distanza dall'inizio dei fatti (e a sei dall'inizio di una serie di rivolgimenti personali che qui non saranno narrati), mi sento come se mi avessero presentato il conto. Peccato che non avessi guardato i prezzi prima di consumare e non mi aspettavo una batosta simile.

Il dizionario lo chiama "evento che provoca improvvisi mutamenti", forse dovrebbero riformulare in "evento incontrollabile che provoca improvvisi mutamenti per affrontare i quali occorre mettere in campo risorse e strategie nuove, perché quelle vecchie non funzionano più".

Oggi mi sono dovuta arrendere al fatto che non ho potuto fare tutto, e sto parlando di lavoro, e questo mi abbatte, perché la mania del controllo militaresco che mi ha sempre sostenuta adesso non funziona più, ma resta. Occorre abbandonarla, perché può sempre arrivare un momento nella vita in cui viene letteralmente fatta tabula rasa.

Le case si ricostruiscono, non senza sforzi, ma si ricostruiscono.
Con le personalità come ci regoliamo, invece?

martedì 12 giugno 2012

la valigia

Al telefono mi dice "Sto tornando con una sorpresa" e io penso immediatamente a un cucciolo di cane. Per fortuna mi sbaglio. Torna a casa con una valigia, o meglio con la valigia. La valigia è un trolley azzurro polvere (al momento con una spiccata sfumatura rosso mattone) nel quale sono contenuti dieci, forse quindici, anni di musica: CD comprati in giro per l'Europa, accumulati negli anni, pezzi di vita come solo la musica sa essere. Quella valigia era là, in casa, poco lontano dall'ingresso. È stata fin da subito uno dei nostri chiodi fissi, perché, come credo sia facile intuire, se l'idea di perdere le proprie cose fa male a tutti, l'idea di perdere cose che non si possono ricomprare fa male il doppio. Lo sguardo del Marito era trionfante, io mi sono commossa. La valigia rediviva significa primo ingresso in casa, significa coraggio a quattro mani, fiato sospeso e via entrare. Con prudenza, certo, ma adesso sappiamo che, all'interno, i piani hanno retto. Adesso spetta agli ingegneri strutturali valutare l'entità degli interventi (e non sarà cosa da poco), ma intanto ci siamo (si è, a dire il vero) ripresi i primi metri interni. Salire al primo piano è impensabile, però "questo è un piccolo passo per un uomo, ma un balzo da gigante per l'umanità". Stiamo in piedi e andiamo avanti.

venerdì 8 giugno 2012

I love(d) shopping

Ieri sera, prima di dormire, riguardavo la mia giornata e riflettevo. Osservavo come la normalità stia continuando a farsi strada nelle nostre vite, un po' come l'erba che ricresce dopo essere stata irrorata di diserbante: torna a spuntare, che lo si voglia o no. Quella di ieri è stata una giornata all'insegna di una concretezza che non ho mai avuto prima, una giornata in cui ho fatto cose "quotidiane" con una lucidità inedita. Dopo essere andata a scuola per fissare l'appuntamento per il ritiro della pagella, sono andata in banca a sbrigare commissioni normali, che ieri erano più normali del solito. La filiale è in un centro commerciale dove ho fatto shopping compulsivo per anni (eviterò la nenia delle mille variazioni di taglia, dei dimagrimenti e dei rifacimenti di guardaroba, perché è acqua passatissima) e che ieri ho guardato con occhi diversi. Ho bisogno di abiti. È un fatto. Per come era organizzata la mia vita "prima", quasi tutti i miei vestiti estivi sono nella casa di campagna, perché negli ultimi otto anni ho trascorso là le mie estati e cercavo di ridurre al minimo i traslochi. Ecco, ieri sono entrata in un negozio e ho comprato un abito, due paia di pantaloni e una maglietta. L'ho fatto con lo stesso spirito costruttivo con cui compro i vestiti a mio figlio, con il realismo dettato dalla reale necessità. È stata un'esperienza nuova e assai nutriente. (disclaimer: "I giri di shopping" sono e restano degli hobby bellissimi. Questo blog non incita in alcun modo ad abbandonarli.) E guardo alle piccole cose quotidiane che cambiano. Al Marito che torna a casa sfatto all'imbrunire, si lascia cadere su una sedia e mi dice: "Be', io faccio il bagno. Proprio la vasca, eh!". Ti sfido, Terremoto, sono pronto a immergermi per un'ora nella vasca, voglio smettere di lavarmi di corsa nel timore di una scossa. Un ennesimo ritorno alla normalità, che saluto con gioia. Forse fra qualche giorno torneremo a dormire nei nostri letti. Io ricomincerò a sclerare perché devo lavorare di sera e perché la casa pare una stalla. Conviviamo ancora con la paura, come tutti del resto. Ma la normalità sta ricrescendo, nonostante la dose abbondante di diserbante.

mercoledì 6 giugno 2012

dei tic quotidiani, dei piccoli ritorni alla normalità e del paracadute che si apre

Ieri mi sono resa conto che è passata una settimana. È una presa di coscienza essenziale, perché se le gambe, le orecchie, il collo smettono di rimandare al cervello la memoria fisica del trauma, allora si riesce a uscire dalla paralisi e si ricomincia a camminare. Le mie gambe sono state di marmellata per giorni, adesso stanno tornando a essere di carne e ossa (e, si sa, noi donne emiliane ce le abbiamo grandi, le ossa). Uso Twitter per accertarmi che non ci siano state le scosse che credo di aver sentito. Certo, il controllo ossessivo di INGV non aiuta la normalizzazione, ma serve per creare il contro-allarme, per dire al corpo, "Vedi che ti sbagliavi. Il tavolo ha tremato perché ho premuto Invio con troppa veemenza." I tic quotidiani però restano. Ormai ci fanno compagnia, e per ora non rinunciamo a dormire sul grande divano Ikea con la luce della cucina accesa, a tenere pronti i vestiti accanto alla porta e in auto, a non scendere in garage, a non chiudere a chiave la porta di casa. Però vedo che i ritmi si sono calmati: non mi lavo più in un minuto e mezzo, ma in cinque, e forse oggi prenderò appuntamento dall'estetista senza temere una scossa mentre faccio la ceretta (sarebbe oltremodo imbarazzante uscire in strada in mutande). Certo, il computer viene con me ovunque vada, il cellulare è sempre in carica e lavoro con le orecchie dritte e una chiappa fuori dalla sedia. Ma passerà. Non solo perché è fisiologico che passi, ma perché sento di doverlo agli amici di Cortile, di San Felice, di Rovereto. Agli amici che, pur avendo perso la casa (l'unica che hanno, a differenza mia), mi fanno coraggio. Loro a me. I paradossi della vita. Oggi forse andrò a lavorare in biblioteca, magari mi concentro di più e comunque i libri mi sembrano meno minacciosi. È una piccola biblioteca di quartiere, al piano terra, di recente costruzione. Mi piace pensare che non si rivolti proprio contro di me, che, vivaddio, mi ci sono iscritta 34 anni fa. Da ieri penso ai paracadute. Mio marito ha fatto il servizio militare nella Folgore e si è lanciato diverse volte. Mi sono sempre chiesta cosa si provi nella frazione di secondo in cui si attende l'apertura del paracadute, e ieri l'ho scoperto. Perché, se è vero che da subito mi sono occupata, nel mio piccolo, degli sfollati (facendo spesa e portando cose donate dagli amici di tutta Italia), ieri è stato il nostro turno. Ieri il paracadute si è aperto per noi. Sì, perché, pare ovvio ma non lo è, perché quando un'amica/collega trova il tempo, nel pieno di una vita personale che richiede funambolismi di elevato livello, trova il tempo - dicevo - di caricare la macchina e venire a Modena da Firenze per portare conforto materiale e morale, per portarti birra e patatine, per venire ad abbracciarti...be'...la prospettiva si fa sempre più rosea. Condotta la collega sul posto, ci trovo altre reti di salvataggio. Amici che hanno preso le ferie per non lasciare solo il Marito, amici che hanno procurato a proprie spese una casetta di legno per l'estate, amici che arrivano in colonna mobile da Pontedera passando per Modena, con una tenda da dieci posti, reti da letto, giocattoli e sacchi a pelo. E tanti ancora arriveranno, stanno solo organizzando le macchine. Sarà che è passata una settimana, sarà che ho visto aprirsi il paracadute, ma da ieri ho un po' meno paura.

lunedì 4 giugno 2012

di macerie e di sfollati

Terminati i riti della sera, che consistono essenzialmente nel preparare la borsa col cambio pulito accanto alla porta, cerco di fare il punto di questi ultimi due giorni in cui non ho potuto scrivere per mancanza di opportunità. Domenica, ieri, era giornata destinata a Cortile, dove mio marito va quotidianamente ma che non vedeva la mia presenza da martedì. La piazza, a mezzogiorno, era piena di sole e di gente. Il bar aperto, perché è il solo punto di ritrovo a parte il campo sfollati autogestito, e lì ho incontrato tanti amici, che erano lì a cercare di mettere insieme i pezzi, a cercare di darsi una parvenza di normalità. Ho incontrato Giorgio, un omone che nessun terremoto sembra in grado di abbattere, e l'ho abbracciato, in lacrime. "Guarda che adesso bisogna essere coraggiosi, che altro possiamo fare?", mi ha detto. Gli ho risposto che, sì, avevo fiducia nel loro coraggio, e mi sono seduta, perché le gambe non mi reggevano già più. Abbiamo trascorso un po' di tempo al campo, consegnato quello che avevamo portato. Ho cercato nei visi delle persone delle espressioni che mi aiutassero a capire, a farmene una ragione. Al momento di congedarci, diretti a Rovereto, ho detto a un anziano amico di mio marito che se avesse avuto bisogno di qualcosa, di qualsiasi cosa, di farcelo sapere. Mi ha risposto: "Cara amica, ho settant'anni. Io non posso ricominciare. Siete voi giovani ad avere bisogno." Con il peso di questa risposta sul cuore, siamo partiti per Rovereto, dove abbiamo amici. Tutti hanno perso la casa. Lo scenario non è quello che mostra la televisione. È molto, molto peggio. I giornalisti-sciacalli della tragedia enfatizzano gli aspetti emotivi, non fanno vedere il silenzio, il vuoto, il paesaggio irriconoscibile. Forse sette case su dieci sono inagibili. Sui balconi, gli stendini con i panni lasciati ad asciugare ingannano lo sguardo e ti fanno credere che qualcuno abiti in quella casa, ma non è così. Le vie d'accesso al paese sono tutte chiuse. Le macerie sono ovunque. Allora, in uno stato emotivo che non tenterò nemmeno di descrivere, il cervello ha iniziato a pensare. E ho pensato alle mille volte che ho ascoltato i racconti degli anziani che hanno conosciuto i bombardamenti, che sono stati sfollati. E ho capito di non averli ascoltati con abbastanza attenzione. Mi è venuta in mente l'epica famigliare, quella che narra della bisnonna ebrea, la cui figlia (la mia prozia) che, avendo sposato un ebreo, era scappata in montagna con sette figli, mentre suo marito, assieme al cognato (mio nonno) si metteva a capo di una brigata partigiana ed entrava nella Resistenza. Ho pensato alla forza di questa donna, sola con sette bambini, senza i mezzi di comunicazione che abbiamo adesso e col rischio perenne di finire nei campi di sterminio. E mi sono detta che, cazzarola, aveva ragione Giorgio, ci vuole coraggio. E ci vuole fede. Non quella in un dio, ma quella nell'umanità. Poi leggo questo articolo di Leonardo, e mi dico che, sì, ci vuole coraggio. E ho pensato anche che tutte le macerie sono uguali, ma alcune sono più uguali di altre. Quei luoghi non torneranno più come prima, almeno non subito. Per quest'anno rinunciamo ai nostri riti, alle sagre, ai festival, ai fuochi d'artificio, alle cose che conosco da anni. Ma mi piace pensare che ne arriveranno altri, diversi o uguali. Le persone sono le stesse, e questo mi dà fiducia.

sabato 2 giugno 2012

stanotte l'ho sognato

La sera è il momento peggiore, perché col buio la paura si acutizza. Ieri sono stata fuori il più possibile, ma a un certo punto occorre tornare a casa. Nei parchi, ancora tende. Ma al contempo quasi tutti hanno ripreso la vita di prima. Ho portato il piccolo a mangiare un panino da MacDonald's, così, tanto per fare qualcosa di uguale a prima e per farmi un'iniezione di realtà. A dire il vero non è stato efficacissimo, ma le quattro tamarre stile Jersey Shore nel tavolo accanto qualche effetto l'hanno sortito. Torno a casa e fingo col bambino che sia tutto normale. Nei limiti del fatto che siamo ancora accampati sul divano e che teniamo accanto alla porta le borse con il kit di prima emergenza. Mi sveglio di continuo, controllo il profilo Twitter di INGV. Il cane mi sembra inquieto, ma cerco di tranquillizzarmi dicendo a me stessa che non ha dato segni di particolare anti-sismicità nemmeno prima, visto che in occasione di altre scosse non ha fatto una piega. Poi l'ho sognato. Ho sognato di essere nella casa di campagna durante una scossa e di avere una reazione calma e composta. Ho sognato che radunavo le cose essenziali a proseguire la vita e che la scossa finiva mentre ero ancora in cucina, lì al piano terra. Non so di preciso cosa significhi, ma voglio pensare che sia indice di elaborazione. Intanto, un altro giorno è andato, ma l'esperienza insegna che niente è certo. Proseguiamo.

venerdì 1 giugno 2012

ritiro zaini dalle 11 alle 13

Stamattina, dalle 11 alle 13, il Comune permetteva di entrare nelle scuole per recuperare gli zaini lasciati dai bambini sfollati la mattina di martedì. Sono andata, baldanzosa e fiera, senza mettere in conto lo spettacolo che mi si sarebbe parato davanti. Niente macerie o calcinacci, no. Qualcosa di assai più semplice: il tempo congelato nelle classi vuote. La matite, le biro, gli astucci abbandonati sui banchi nella posizione in cui li ha colti la scossa. Sotto al banco di mio figlio, la merenda, i quaderni, i colori. Ho riposto la gomma e la matita nell'astuccio, ho chiuso tutto e ho portato fuori lo zaino. È stato come entrare nell'intimità di una casa. Vedere in che posizione esatta mio figlio appoggia le cose, come si organizza il banco è stato emotivamente forte, specie nel contesto in cui ero. Mi ha spalancato una finestra su un mondo che mi è giustamente precluso e mi ha ricordato che tanta, tantissima gente ha rinunciato a tutta la propria intimità.

mal di terra

Quando eravamo giovani e spensierati, facevamo turismo fluviale col gommone. Una settimana in giro per i fiumi, accampati sugli argini. Quando scendevamo a riva avvertivamo il mal di terra, quella sensazione di rollìo costante che si ha quando il corpo di abitua ai flutti. È esattamente così che ci sentiamo da martedì mattina. Sentiamo scosse anche quando non ci sono, abbiamo un continuo giramento di testa. Poi c'è la psicosi continua. Quella ci fa stare seduti con una chiappa fuori dalla sedia, che ci fa dormire con un occhio aperto e ci fa controllare continuamente l'account Twitter dell'INGV. Ieri sera siamo andati al festival dell'Unità al Parco Ferrari. Ci aggiravamo inebetiti. Mi sono sforzata di guardare la gente che continuava la propria vita, le bancarelle, i ristoranti. Da una parte è un esercizio utile, perché la presa di realtà è essenziale. Dall'altra è tutto così insensato. Osservo il fatto che non riesco a misurarmi con le cose di prima. Non riesco ad accendere la radio in macchina o andare al solito bar per il cappuccino di latte di soia. Credo ci sia una parte di me che non accetta di ricominciare a fare le cose normali, come cucinare o andare dall'estetista. Devo necessariamente traghettare questo pezzo di me oltre la cesura segnata dall'esperienza.

giovedì 31 maggio 2012

si chiama stress post-traumatico...

...ed è accompagnato da un dannato senso di colpa. Allora, vediamo di chiamare le cose col loro nome. Lo chiamano stress post-traumatico. Ieri mi sono aggirata per la mia vita credendo di essere lucida, ma non la ero. Ho dormito al parco mentre Federico disegnava accanto a me. Ho dormito sul divano, perché la testa non mi teneva su. Se non ci fossero stati i miei genitori, forse non sarei stata in grado nemmeno di preparare un piatto di pasta per mio figlio. Questa notte abbiamo dormito sul divano, tutti e tre, abbastanza comodi (Ikea fa le cose per bene, il nostro divano diventa un letto matrimoniale con tutti i crismi). Di andare a letto non se ne parlava, perché avevamo bisogno di stare vicini alla porta e lontani da qualunque cosa ci potesse cadere in testa. Mio marito non riesce a dormire, non vuole che resti sola in casa, tenta di ricominciare col lavoro. I nostri genitori fanno la cosa più bella che un genitore può fare per un figlio: mettono da parte la loro paura per sostenerci. In questi giorni ho abbracciato mio padre come forse non facevo da trent'anni. E poi c'è il senso di colpa. È una brutta bestia questo sentimento. Quando c'è stato il primo sisma, quello del 20 maggio, eravamo in campagna a dormire, la casa ha retto e noi siamo scappati a Modena, illesi e con la casa ancora in piedi. Per giorni, mi ha accompagnata il senso di colpa nei confronti di chi aveva perso tutto, nei confronti degli amici della Bassa. Adesso che abbiamo perso non tutto, ma tanto, e che il piccolo paese alla vita del quale apparteniamo per metà ha perso il 70% delle sue abitazioni, adesso questo senso di colpa è mitigato, ma lo vedo nei sentimenti di altri amici, della cara Amica che soffre con noi. Dobbiamo superare anche questo. Adesso occorre una saldissima presa di realtà. Dormiamo sul divano, accanto alla porta il kit di emergenza. Devo assolutamente evitare di prendere certe abitudini: ho già preso a lavarmi di corsa, a non indossare ciabatte in casa, a tenere le orecchie dritte nel timore della prossima scossa. Occorre invece guardarsi intorno e fare un esame di realtà, guardare la vita che continua, anche se un pezzo della mia si è fermata.

ricominciare

Sono passate quasi 48 ore dal sisma che ha segnato una frattura definitiva fra il "prima" e il "dopo". L'alba di questa seconda notte mi ha portato un risveglio interiore e il bisogno di ricominciare a scrivere. Sulle prime ho pensato a un nuovo blog, poi ho capito che voglio continuare con questo, perché qui ho parlato del "prima" e adesso che c'è un "dopo" voglio che questo "prima" sia conservato, nelle foto e nella memoria. Martedì 29 maggio è iniziato con due pavimenti lavati nella casa di Modena, un lavoro per il quale avevo precettato mio marito, due pavimenti che devo ringraziare, perché hanno tenuto a Modena mio marito per un'ora in più, quell'ora che, in certe situazioni, fa la differenza. Alle nove e zero quattro era sotto casa, stava per salire in furgone e andare in campagna, a Cortile di Carpi. Se non avesse lavato quei pavimenti, sarebbe stato là, forse in casa a prepararsi il caffè. Se non avesse lavato quei pavimenti, io sarei stata sola col mio panico. Sì, perché in queste situazioni io mi paralizzo e mi limito a urlare. Ha percorso due piani di scale in cinque secondi, mi ha portata giù di peso (nonostante pesi dieci chili meno di me). Mi ha imposto la calma. Siamo corsi a scuola da nostro figlio. I bambini erano tutti fuori. Siamo rimasti nel prato con loro, in attesa degli altri genitori ne abbiamo tenuti in braccio due o tre alla volta, abbiamo cantato, abbiamo parlato. Ancora non avevamo realizzato la portata dell'evento, ancora non sapevamo quanto la nostra vita fosse cambiata per sempre. L'epicentro del sisma è stato a 5 chilometri da Cortile, dove abbiamo il podere e la casa. Forse dovrei dire "avevamo" la casa, perché adesso non possiamo più entrarci. La prima scossa ha fatto crollare un muro in un'ala della casa che sapevamo essere a rischio. Siamo arrivati là verso metà mattina. Quando ci sono state le altre due scosse forti, abbiamo guardato il tetto crollare su se stesso. Il senso di impotenza e disperazione che si prova in quei momenti non è descrivibile. Ci si sente in balìa di qualcosa di talmente tanto più grande che le gambe cedono e si va in apnea. La paura è tanta e tale da far perdere la ragione, non si connettono i pensieri. Ci siamo aggirati per dieci ore nei paraggi, cotti dal sole senza accorgercene, senza cibo perché lo stomaco non lo chiedeva, perdendo la cognizione del tempo. Solo ora mi rendo conto di aver risposto a messaggi, di aver pensato al lavoro e alle sue scadenze, ma so di non averlo fatto lucidamente, qualcosa di me si è mosso in automatico. L'arrivo dei Vigili del Fuoco è stato rassicurante. Li avrei abbracciati. Una squadra di toscani, col sorriso sulle labbra e la battuta pronta. Non hanno cambiato la situazione, certo, ma ci hanno fatto sentire meno soli. A Carpi, dove siamo andati per le necessarie pratiche burocratiche, l'ospedale è stato svuotato e montato nel piazzale antistante il Pronto Soccorso. Una tenda per ogni reparto. E lì mi sono detta: questi sanno il fatto loro, si può stare tranquilli. Rientriati a Modena la sera, troviamo una città in strada. I parchi sembrano campeggi, tende montate ovunque, gente accampata. E chi non ha la tenda dorme in macchina. Per stare tutti insieme, all'aperto. Per parte nostra, non possiamo pensare di dormire a casa, anche se - come tutte quelle di Modena - non ha subito alcun danno. Attrezziamo il furgone con dei materassi, facciamo qualche rapida sortita in casa per prendere il necessario, e ci prepariamo a dormire in strada. Per il piccolo tutto questo è un gioco, ma vediamo che risente in maniera indiretta dei nostri stati d'animo. In molti si fermano a chiederci, più o meno scherzosamente, se nel nostro furgone c'è posto anche per loro. Vorrei poter dire di sì.

lunedì 30 gennaio 2012

Trasloco

Mi sono trasferita qui www.saracrimi.com, è la nuova veste del mio vecchio sito di lavoro, con il mio curriculum e un blog in cui si parla di lavoro in senso lato.