giovedì 31 maggio 2012

si chiama stress post-traumatico...

...ed è accompagnato da un dannato senso di colpa. Allora, vediamo di chiamare le cose col loro nome. Lo chiamano stress post-traumatico. Ieri mi sono aggirata per la mia vita credendo di essere lucida, ma non la ero. Ho dormito al parco mentre Federico disegnava accanto a me. Ho dormito sul divano, perché la testa non mi teneva su. Se non ci fossero stati i miei genitori, forse non sarei stata in grado nemmeno di preparare un piatto di pasta per mio figlio. Questa notte abbiamo dormito sul divano, tutti e tre, abbastanza comodi (Ikea fa le cose per bene, il nostro divano diventa un letto matrimoniale con tutti i crismi). Di andare a letto non se ne parlava, perché avevamo bisogno di stare vicini alla porta e lontani da qualunque cosa ci potesse cadere in testa. Mio marito non riesce a dormire, non vuole che resti sola in casa, tenta di ricominciare col lavoro. I nostri genitori fanno la cosa più bella che un genitore può fare per un figlio: mettono da parte la loro paura per sostenerci. In questi giorni ho abbracciato mio padre come forse non facevo da trent'anni. E poi c'è il senso di colpa. È una brutta bestia questo sentimento. Quando c'è stato il primo sisma, quello del 20 maggio, eravamo in campagna a dormire, la casa ha retto e noi siamo scappati a Modena, illesi e con la casa ancora in piedi. Per giorni, mi ha accompagnata il senso di colpa nei confronti di chi aveva perso tutto, nei confronti degli amici della Bassa. Adesso che abbiamo perso non tutto, ma tanto, e che il piccolo paese alla vita del quale apparteniamo per metà ha perso il 70% delle sue abitazioni, adesso questo senso di colpa è mitigato, ma lo vedo nei sentimenti di altri amici, della cara Amica che soffre con noi. Dobbiamo superare anche questo. Adesso occorre una saldissima presa di realtà. Dormiamo sul divano, accanto alla porta il kit di emergenza. Devo assolutamente evitare di prendere certe abitudini: ho già preso a lavarmi di corsa, a non indossare ciabatte in casa, a tenere le orecchie dritte nel timore della prossima scossa. Occorre invece guardarsi intorno e fare un esame di realtà, guardare la vita che continua, anche se un pezzo della mia si è fermata.

3 commenti:

marina callegari ha detto...

Cara Sara,
ho letto poco fa le tue parole sul terremoto e poi adesso, pochi post più indietro, ho trovato su FB queste parole scritte stamattina da un amico aquilano "certezze: chi non sa cambiare è perduto".
Non ho mai vissuto l'esperienza del terremoto, ma attraverso FB e per vie abbastanza tortuose da circa un anno mi sono ritrovata in contatto con diverse persone dell'Aquila, alcune delle quali le ho conosciute poi anche di persona, così ho acquisito una certa consuetudine con il vissuto di chi ha subito un terremoto. Questo per dire che non riesco a scriverti parole come "ti capisco" o "immagino", perché credo che non sia possibile capire o immaginare quello che hai provato tu, che avete provato voi: il trauma e lo stress post-traumatico, la paura e la vita che continua, prendere le giuste precauzioni ma tenere a bada la paura, perché in qualche modo bisogna seminare di nuovo frammenti di normalità nella vita quotidiana, altrimenti si dà fuori di matto. Allora mi sembrano sagge le parole dell'amico aquilano sulla necessità di accettare il cambiamento, anche quando più che cambiamento è perdita, è distruzione. È un modo per dire che, come sempre, non si può prescindere dalla realtà, dallo stato delle cose. Magari andando a cercare con caparbietà brandelli di positività anche nella distruzione: un abbraccio con tuo padre, come racconti, oppure questa immagine bella che ci hai regalato, di voi tre che dormite nel divano letto, in posizione strategica, ma soprattutto vicini, insieme.
Scusa per questo profluvio di parole, ma è tutto quello che ho da darti, insieme a un grande abbraccio virtuale. Vorrei mandarti un paio di occhiali per guardare nel tempo, quando la vita tua e della tua famiglia sarà di nuovo una vita normale. Senza dimenticare, devi pensare che un giorno sarà così.

Marina

marina callegari ha detto...

Cara Sara,
ho letto poco fa le tue parole sul terremoto e poi adesso, pochi post più indietro, ho trovato su FB queste parole scritte stamattina da un amico aquilano "certezze: chi non sa cambiare è perduto".
Non ho mai vissuto l'esperienza del terremoto, ma attraverso FB e per vie abbastanza tortuose da circa un anno mi sono ritrovata in contatto con diverse persone dell'Aquila, alcune delle quali le ho conosciute poi anche di persona, così ho acquisito una certa consuetudine con il vissuto di chi ha subito un terremoto. Questo per dire che non riesco a scriverti parole come "ti capisco" o "immagino", perché credo che non sia possibile capire o immaginare quello che hai provato tu, che avete provato voi: il trauma e lo stress post-traumatico, la paura e la vita che continua, prendere le giuste precauzioni ma tenere a bada la paura, perché in qualche modo bisogna seminare di nuovo frammenti di normalità nella vita quotidiana, altrimenti si dà fuori di matto. Allora mi sembrano sagge le parole dell'amico aquilano sulla necessità di accettare il cambiamento, anche quando più che cambiamento è perdita, è distruzione. È un modo per dire che, come sempre, non si può prescindere dalla realtà, dallo stato delle cose. Magari andando a cercare con caparbietà brandelli di positività anche nella distruzione: un abbraccio con tuo padre, come racconti, oppure questa immagine bella che ci hai regalato, di voi tre che dormite nel divano letto, in posizione strategica, ma soprattutto vicini, insieme.
Scusa per questo profluvio di parole, ma è tutto quello che ho da darti, insieme a un grande abbraccio virtuale. Vorrei mandarti un paio di occhiali per guardare nel tempo, quando la vita tua e della tua famiglia sarà di nuovo una vita normale. Senza dimenticare, devi pensare che un giorno sarà così.

Marina

Andrea Spila ha detto...

Grazie per aver condiviso queste emozioni Sara, sono molto preziose per chi come me è lontano dal terremoto. Lontano fisicamente si intende, perché con il cuore sono lì e vi abbraccio.