martedì 12 giugno 2012

la valigia

Al telefono mi dice "Sto tornando con una sorpresa" e io penso immediatamente a un cucciolo di cane. Per fortuna mi sbaglio. Torna a casa con una valigia, o meglio con la valigia. La valigia è un trolley azzurro polvere (al momento con una spiccata sfumatura rosso mattone) nel quale sono contenuti dieci, forse quindici, anni di musica: CD comprati in giro per l'Europa, accumulati negli anni, pezzi di vita come solo la musica sa essere. Quella valigia era là, in casa, poco lontano dall'ingresso. È stata fin da subito uno dei nostri chiodi fissi, perché, come credo sia facile intuire, se l'idea di perdere le proprie cose fa male a tutti, l'idea di perdere cose che non si possono ricomprare fa male il doppio. Lo sguardo del Marito era trionfante, io mi sono commossa. La valigia rediviva significa primo ingresso in casa, significa coraggio a quattro mani, fiato sospeso e via entrare. Con prudenza, certo, ma adesso sappiamo che, all'interno, i piani hanno retto. Adesso spetta agli ingegneri strutturali valutare l'entità degli interventi (e non sarà cosa da poco), ma intanto ci siamo (si è, a dire il vero) ripresi i primi metri interni. Salire al primo piano è impensabile, però "questo è un piccolo passo per un uomo, ma un balzo da gigante per l'umanità". Stiamo in piedi e andiamo avanti.

venerdì 8 giugno 2012

I love(d) shopping

Ieri sera, prima di dormire, riguardavo la mia giornata e riflettevo. Osservavo come la normalità stia continuando a farsi strada nelle nostre vite, un po' come l'erba che ricresce dopo essere stata irrorata di diserbante: torna a spuntare, che lo si voglia o no. Quella di ieri è stata una giornata all'insegna di una concretezza che non ho mai avuto prima, una giornata in cui ho fatto cose "quotidiane" con una lucidità inedita. Dopo essere andata a scuola per fissare l'appuntamento per il ritiro della pagella, sono andata in banca a sbrigare commissioni normali, che ieri erano più normali del solito. La filiale è in un centro commerciale dove ho fatto shopping compulsivo per anni (eviterò la nenia delle mille variazioni di taglia, dei dimagrimenti e dei rifacimenti di guardaroba, perché è acqua passatissima) e che ieri ho guardato con occhi diversi. Ho bisogno di abiti. È un fatto. Per come era organizzata la mia vita "prima", quasi tutti i miei vestiti estivi sono nella casa di campagna, perché negli ultimi otto anni ho trascorso là le mie estati e cercavo di ridurre al minimo i traslochi. Ecco, ieri sono entrata in un negozio e ho comprato un abito, due paia di pantaloni e una maglietta. L'ho fatto con lo stesso spirito costruttivo con cui compro i vestiti a mio figlio, con il realismo dettato dalla reale necessità. È stata un'esperienza nuova e assai nutriente. (disclaimer: "I giri di shopping" sono e restano degli hobby bellissimi. Questo blog non incita in alcun modo ad abbandonarli.) E guardo alle piccole cose quotidiane che cambiano. Al Marito che torna a casa sfatto all'imbrunire, si lascia cadere su una sedia e mi dice: "Be', io faccio il bagno. Proprio la vasca, eh!". Ti sfido, Terremoto, sono pronto a immergermi per un'ora nella vasca, voglio smettere di lavarmi di corsa nel timore di una scossa. Un ennesimo ritorno alla normalità, che saluto con gioia. Forse fra qualche giorno torneremo a dormire nei nostri letti. Io ricomincerò a sclerare perché devo lavorare di sera e perché la casa pare una stalla. Conviviamo ancora con la paura, come tutti del resto. Ma la normalità sta ricrescendo, nonostante la dose abbondante di diserbante.

mercoledì 6 giugno 2012

dei tic quotidiani, dei piccoli ritorni alla normalità e del paracadute che si apre

Ieri mi sono resa conto che è passata una settimana. È una presa di coscienza essenziale, perché se le gambe, le orecchie, il collo smettono di rimandare al cervello la memoria fisica del trauma, allora si riesce a uscire dalla paralisi e si ricomincia a camminare. Le mie gambe sono state di marmellata per giorni, adesso stanno tornando a essere di carne e ossa (e, si sa, noi donne emiliane ce le abbiamo grandi, le ossa). Uso Twitter per accertarmi che non ci siano state le scosse che credo di aver sentito. Certo, il controllo ossessivo di INGV non aiuta la normalizzazione, ma serve per creare il contro-allarme, per dire al corpo, "Vedi che ti sbagliavi. Il tavolo ha tremato perché ho premuto Invio con troppa veemenza." I tic quotidiani però restano. Ormai ci fanno compagnia, e per ora non rinunciamo a dormire sul grande divano Ikea con la luce della cucina accesa, a tenere pronti i vestiti accanto alla porta e in auto, a non scendere in garage, a non chiudere a chiave la porta di casa. Però vedo che i ritmi si sono calmati: non mi lavo più in un minuto e mezzo, ma in cinque, e forse oggi prenderò appuntamento dall'estetista senza temere una scossa mentre faccio la ceretta (sarebbe oltremodo imbarazzante uscire in strada in mutande). Certo, il computer viene con me ovunque vada, il cellulare è sempre in carica e lavoro con le orecchie dritte e una chiappa fuori dalla sedia. Ma passerà. Non solo perché è fisiologico che passi, ma perché sento di doverlo agli amici di Cortile, di San Felice, di Rovereto. Agli amici che, pur avendo perso la casa (l'unica che hanno, a differenza mia), mi fanno coraggio. Loro a me. I paradossi della vita. Oggi forse andrò a lavorare in biblioteca, magari mi concentro di più e comunque i libri mi sembrano meno minacciosi. È una piccola biblioteca di quartiere, al piano terra, di recente costruzione. Mi piace pensare che non si rivolti proprio contro di me, che, vivaddio, mi ci sono iscritta 34 anni fa. Da ieri penso ai paracadute. Mio marito ha fatto il servizio militare nella Folgore e si è lanciato diverse volte. Mi sono sempre chiesta cosa si provi nella frazione di secondo in cui si attende l'apertura del paracadute, e ieri l'ho scoperto. Perché, se è vero che da subito mi sono occupata, nel mio piccolo, degli sfollati (facendo spesa e portando cose donate dagli amici di tutta Italia), ieri è stato il nostro turno. Ieri il paracadute si è aperto per noi. Sì, perché, pare ovvio ma non lo è, perché quando un'amica/collega trova il tempo, nel pieno di una vita personale che richiede funambolismi di elevato livello, trova il tempo - dicevo - di caricare la macchina e venire a Modena da Firenze per portare conforto materiale e morale, per portarti birra e patatine, per venire ad abbracciarti...be'...la prospettiva si fa sempre più rosea. Condotta la collega sul posto, ci trovo altre reti di salvataggio. Amici che hanno preso le ferie per non lasciare solo il Marito, amici che hanno procurato a proprie spese una casetta di legno per l'estate, amici che arrivano in colonna mobile da Pontedera passando per Modena, con una tenda da dieci posti, reti da letto, giocattoli e sacchi a pelo. E tanti ancora arriveranno, stanno solo organizzando le macchine. Sarà che è passata una settimana, sarà che ho visto aprirsi il paracadute, ma da ieri ho un po' meno paura.

lunedì 4 giugno 2012

di macerie e di sfollati

Terminati i riti della sera, che consistono essenzialmente nel preparare la borsa col cambio pulito accanto alla porta, cerco di fare il punto di questi ultimi due giorni in cui non ho potuto scrivere per mancanza di opportunità. Domenica, ieri, era giornata destinata a Cortile, dove mio marito va quotidianamente ma che non vedeva la mia presenza da martedì. La piazza, a mezzogiorno, era piena di sole e di gente. Il bar aperto, perché è il solo punto di ritrovo a parte il campo sfollati autogestito, e lì ho incontrato tanti amici, che erano lì a cercare di mettere insieme i pezzi, a cercare di darsi una parvenza di normalità. Ho incontrato Giorgio, un omone che nessun terremoto sembra in grado di abbattere, e l'ho abbracciato, in lacrime. "Guarda che adesso bisogna essere coraggiosi, che altro possiamo fare?", mi ha detto. Gli ho risposto che, sì, avevo fiducia nel loro coraggio, e mi sono seduta, perché le gambe non mi reggevano già più. Abbiamo trascorso un po' di tempo al campo, consegnato quello che avevamo portato. Ho cercato nei visi delle persone delle espressioni che mi aiutassero a capire, a farmene una ragione. Al momento di congedarci, diretti a Rovereto, ho detto a un anziano amico di mio marito che se avesse avuto bisogno di qualcosa, di qualsiasi cosa, di farcelo sapere. Mi ha risposto: "Cara amica, ho settant'anni. Io non posso ricominciare. Siete voi giovani ad avere bisogno." Con il peso di questa risposta sul cuore, siamo partiti per Rovereto, dove abbiamo amici. Tutti hanno perso la casa. Lo scenario non è quello che mostra la televisione. È molto, molto peggio. I giornalisti-sciacalli della tragedia enfatizzano gli aspetti emotivi, non fanno vedere il silenzio, il vuoto, il paesaggio irriconoscibile. Forse sette case su dieci sono inagibili. Sui balconi, gli stendini con i panni lasciati ad asciugare ingannano lo sguardo e ti fanno credere che qualcuno abiti in quella casa, ma non è così. Le vie d'accesso al paese sono tutte chiuse. Le macerie sono ovunque. Allora, in uno stato emotivo che non tenterò nemmeno di descrivere, il cervello ha iniziato a pensare. E ho pensato alle mille volte che ho ascoltato i racconti degli anziani che hanno conosciuto i bombardamenti, che sono stati sfollati. E ho capito di non averli ascoltati con abbastanza attenzione. Mi è venuta in mente l'epica famigliare, quella che narra della bisnonna ebrea, la cui figlia (la mia prozia) che, avendo sposato un ebreo, era scappata in montagna con sette figli, mentre suo marito, assieme al cognato (mio nonno) si metteva a capo di una brigata partigiana ed entrava nella Resistenza. Ho pensato alla forza di questa donna, sola con sette bambini, senza i mezzi di comunicazione che abbiamo adesso e col rischio perenne di finire nei campi di sterminio. E mi sono detta che, cazzarola, aveva ragione Giorgio, ci vuole coraggio. E ci vuole fede. Non quella in un dio, ma quella nell'umanità. Poi leggo questo articolo di Leonardo, e mi dico che, sì, ci vuole coraggio. E ho pensato anche che tutte le macerie sono uguali, ma alcune sono più uguali di altre. Quei luoghi non torneranno più come prima, almeno non subito. Per quest'anno rinunciamo ai nostri riti, alle sagre, ai festival, ai fuochi d'artificio, alle cose che conosco da anni. Ma mi piace pensare che ne arriveranno altri, diversi o uguali. Le persone sono le stesse, e questo mi dà fiducia.

sabato 2 giugno 2012

stanotte l'ho sognato

La sera è il momento peggiore, perché col buio la paura si acutizza. Ieri sono stata fuori il più possibile, ma a un certo punto occorre tornare a casa. Nei parchi, ancora tende. Ma al contempo quasi tutti hanno ripreso la vita di prima. Ho portato il piccolo a mangiare un panino da MacDonald's, così, tanto per fare qualcosa di uguale a prima e per farmi un'iniezione di realtà. A dire il vero non è stato efficacissimo, ma le quattro tamarre stile Jersey Shore nel tavolo accanto qualche effetto l'hanno sortito. Torno a casa e fingo col bambino che sia tutto normale. Nei limiti del fatto che siamo ancora accampati sul divano e che teniamo accanto alla porta le borse con il kit di prima emergenza. Mi sveglio di continuo, controllo il profilo Twitter di INGV. Il cane mi sembra inquieto, ma cerco di tranquillizzarmi dicendo a me stessa che non ha dato segni di particolare anti-sismicità nemmeno prima, visto che in occasione di altre scosse non ha fatto una piega. Poi l'ho sognato. Ho sognato di essere nella casa di campagna durante una scossa e di avere una reazione calma e composta. Ho sognato che radunavo le cose essenziali a proseguire la vita e che la scossa finiva mentre ero ancora in cucina, lì al piano terra. Non so di preciso cosa significhi, ma voglio pensare che sia indice di elaborazione. Intanto, un altro giorno è andato, ma l'esperienza insegna che niente è certo. Proseguiamo.

venerdì 1 giugno 2012

ritiro zaini dalle 11 alle 13

Stamattina, dalle 11 alle 13, il Comune permetteva di entrare nelle scuole per recuperare gli zaini lasciati dai bambini sfollati la mattina di martedì. Sono andata, baldanzosa e fiera, senza mettere in conto lo spettacolo che mi si sarebbe parato davanti. Niente macerie o calcinacci, no. Qualcosa di assai più semplice: il tempo congelato nelle classi vuote. La matite, le biro, gli astucci abbandonati sui banchi nella posizione in cui li ha colti la scossa. Sotto al banco di mio figlio, la merenda, i quaderni, i colori. Ho riposto la gomma e la matita nell'astuccio, ho chiuso tutto e ho portato fuori lo zaino. È stato come entrare nell'intimità di una casa. Vedere in che posizione esatta mio figlio appoggia le cose, come si organizza il banco è stato emotivamente forte, specie nel contesto in cui ero. Mi ha spalancato una finestra su un mondo che mi è giustamente precluso e mi ha ricordato che tanta, tantissima gente ha rinunciato a tutta la propria intimità.

mal di terra

Quando eravamo giovani e spensierati, facevamo turismo fluviale col gommone. Una settimana in giro per i fiumi, accampati sugli argini. Quando scendevamo a riva avvertivamo il mal di terra, quella sensazione di rollìo costante che si ha quando il corpo di abitua ai flutti. È esattamente così che ci sentiamo da martedì mattina. Sentiamo scosse anche quando non ci sono, abbiamo un continuo giramento di testa. Poi c'è la psicosi continua. Quella ci fa stare seduti con una chiappa fuori dalla sedia, che ci fa dormire con un occhio aperto e ci fa controllare continuamente l'account Twitter dell'INGV. Ieri sera siamo andati al festival dell'Unità al Parco Ferrari. Ci aggiravamo inebetiti. Mi sono sforzata di guardare la gente che continuava la propria vita, le bancarelle, i ristoranti. Da una parte è un esercizio utile, perché la presa di realtà è essenziale. Dall'altra è tutto così insensato. Osservo il fatto che non riesco a misurarmi con le cose di prima. Non riesco ad accendere la radio in macchina o andare al solito bar per il cappuccino di latte di soia. Credo ci sia una parte di me che non accetta di ricominciare a fare le cose normali, come cucinare o andare dall'estetista. Devo necessariamente traghettare questo pezzo di me oltre la cesura segnata dall'esperienza.