mercoledì 6 giugno 2012

dei tic quotidiani, dei piccoli ritorni alla normalità e del paracadute che si apre

Ieri mi sono resa conto che è passata una settimana. È una presa di coscienza essenziale, perché se le gambe, le orecchie, il collo smettono di rimandare al cervello la memoria fisica del trauma, allora si riesce a uscire dalla paralisi e si ricomincia a camminare. Le mie gambe sono state di marmellata per giorni, adesso stanno tornando a essere di carne e ossa (e, si sa, noi donne emiliane ce le abbiamo grandi, le ossa). Uso Twitter per accertarmi che non ci siano state le scosse che credo di aver sentito. Certo, il controllo ossessivo di INGV non aiuta la normalizzazione, ma serve per creare il contro-allarme, per dire al corpo, "Vedi che ti sbagliavi. Il tavolo ha tremato perché ho premuto Invio con troppa veemenza." I tic quotidiani però restano. Ormai ci fanno compagnia, e per ora non rinunciamo a dormire sul grande divano Ikea con la luce della cucina accesa, a tenere pronti i vestiti accanto alla porta e in auto, a non scendere in garage, a non chiudere a chiave la porta di casa. Però vedo che i ritmi si sono calmati: non mi lavo più in un minuto e mezzo, ma in cinque, e forse oggi prenderò appuntamento dall'estetista senza temere una scossa mentre faccio la ceretta (sarebbe oltremodo imbarazzante uscire in strada in mutande). Certo, il computer viene con me ovunque vada, il cellulare è sempre in carica e lavoro con le orecchie dritte e una chiappa fuori dalla sedia. Ma passerà. Non solo perché è fisiologico che passi, ma perché sento di doverlo agli amici di Cortile, di San Felice, di Rovereto. Agli amici che, pur avendo perso la casa (l'unica che hanno, a differenza mia), mi fanno coraggio. Loro a me. I paradossi della vita. Oggi forse andrò a lavorare in biblioteca, magari mi concentro di più e comunque i libri mi sembrano meno minacciosi. È una piccola biblioteca di quartiere, al piano terra, di recente costruzione. Mi piace pensare che non si rivolti proprio contro di me, che, vivaddio, mi ci sono iscritta 34 anni fa. Da ieri penso ai paracadute. Mio marito ha fatto il servizio militare nella Folgore e si è lanciato diverse volte. Mi sono sempre chiesta cosa si provi nella frazione di secondo in cui si attende l'apertura del paracadute, e ieri l'ho scoperto. Perché, se è vero che da subito mi sono occupata, nel mio piccolo, degli sfollati (facendo spesa e portando cose donate dagli amici di tutta Italia), ieri è stato il nostro turno. Ieri il paracadute si è aperto per noi. Sì, perché, pare ovvio ma non lo è, perché quando un'amica/collega trova il tempo, nel pieno di una vita personale che richiede funambolismi di elevato livello, trova il tempo - dicevo - di caricare la macchina e venire a Modena da Firenze per portare conforto materiale e morale, per portarti birra e patatine, per venire ad abbracciarti...be'...la prospettiva si fa sempre più rosea. Condotta la collega sul posto, ci trovo altre reti di salvataggio. Amici che hanno preso le ferie per non lasciare solo il Marito, amici che hanno procurato a proprie spese una casetta di legno per l'estate, amici che arrivano in colonna mobile da Pontedera passando per Modena, con una tenda da dieci posti, reti da letto, giocattoli e sacchi a pelo. E tanti ancora arriveranno, stanno solo organizzando le macchine. Sarà che è passata una settimana, sarà che ho visto aprirsi il paracadute, ma da ieri ho un po' meno paura.

4 commenti:

Andrea Rényi ha detto...

Bellissimo aggiornamento, come sempre. Grazie, Sara.

Al(l)e ha detto...

Grazie, Sara, per condividere le tue emozioni.

Mi chiedessero di descriverti, ti descriverei donna veementemente emiliana dalle mille risorse.

Teniamo botta e ci rialzeremo consapevoli di nuove conquiste!

Ellemmeppì ha detto...

Ma che ossa che grandi che hai!
Un bacio, stretto a te e a Francesco... e un "Ave!" a Federicus Maximus...

Ellemmeppì ha detto...

Ma che ossa che grandi che hai!
Un bacio, stretto a te e a Francesco... e un "Ave!" a Federicus Maximus...