lunedì 4 giugno 2012

di macerie e di sfollati

Terminati i riti della sera, che consistono essenzialmente nel preparare la borsa col cambio pulito accanto alla porta, cerco di fare il punto di questi ultimi due giorni in cui non ho potuto scrivere per mancanza di opportunità. Domenica, ieri, era giornata destinata a Cortile, dove mio marito va quotidianamente ma che non vedeva la mia presenza da martedì. La piazza, a mezzogiorno, era piena di sole e di gente. Il bar aperto, perché è il solo punto di ritrovo a parte il campo sfollati autogestito, e lì ho incontrato tanti amici, che erano lì a cercare di mettere insieme i pezzi, a cercare di darsi una parvenza di normalità. Ho incontrato Giorgio, un omone che nessun terremoto sembra in grado di abbattere, e l'ho abbracciato, in lacrime. "Guarda che adesso bisogna essere coraggiosi, che altro possiamo fare?", mi ha detto. Gli ho risposto che, sì, avevo fiducia nel loro coraggio, e mi sono seduta, perché le gambe non mi reggevano già più. Abbiamo trascorso un po' di tempo al campo, consegnato quello che avevamo portato. Ho cercato nei visi delle persone delle espressioni che mi aiutassero a capire, a farmene una ragione. Al momento di congedarci, diretti a Rovereto, ho detto a un anziano amico di mio marito che se avesse avuto bisogno di qualcosa, di qualsiasi cosa, di farcelo sapere. Mi ha risposto: "Cara amica, ho settant'anni. Io non posso ricominciare. Siete voi giovani ad avere bisogno." Con il peso di questa risposta sul cuore, siamo partiti per Rovereto, dove abbiamo amici. Tutti hanno perso la casa. Lo scenario non è quello che mostra la televisione. È molto, molto peggio. I giornalisti-sciacalli della tragedia enfatizzano gli aspetti emotivi, non fanno vedere il silenzio, il vuoto, il paesaggio irriconoscibile. Forse sette case su dieci sono inagibili. Sui balconi, gli stendini con i panni lasciati ad asciugare ingannano lo sguardo e ti fanno credere che qualcuno abiti in quella casa, ma non è così. Le vie d'accesso al paese sono tutte chiuse. Le macerie sono ovunque. Allora, in uno stato emotivo che non tenterò nemmeno di descrivere, il cervello ha iniziato a pensare. E ho pensato alle mille volte che ho ascoltato i racconti degli anziani che hanno conosciuto i bombardamenti, che sono stati sfollati. E ho capito di non averli ascoltati con abbastanza attenzione. Mi è venuta in mente l'epica famigliare, quella che narra della bisnonna ebrea, la cui figlia (la mia prozia) che, avendo sposato un ebreo, era scappata in montagna con sette figli, mentre suo marito, assieme al cognato (mio nonno) si metteva a capo di una brigata partigiana ed entrava nella Resistenza. Ho pensato alla forza di questa donna, sola con sette bambini, senza i mezzi di comunicazione che abbiamo adesso e col rischio perenne di finire nei campi di sterminio. E mi sono detta che, cazzarola, aveva ragione Giorgio, ci vuole coraggio. E ci vuole fede. Non quella in un dio, ma quella nell'umanità. Poi leggo questo articolo di Leonardo, e mi dico che, sì, ci vuole coraggio. E ho pensato anche che tutte le macerie sono uguali, ma alcune sono più uguali di altre. Quei luoghi non torneranno più come prima, almeno non subito. Per quest'anno rinunciamo ai nostri riti, alle sagre, ai festival, ai fuochi d'artificio, alle cose che conosco da anni. Ma mi piace pensare che ne arriveranno altri, diversi o uguali. Le persone sono le stesse, e questo mi dà fiducia.

2 commenti:

VitaVagabonda ha detto...

Sei una grande, Sara. Non c'e' altro da dire eccetto grazie di questo.

FB ha detto...

Adelante!