venerdì 6 luglio 2012

in senso metaforico

♦terremòto /♫ terreˈmɔto/ [vc. dotta, lat. tĕrrae mōtu(m), propr. ‘movimento (mōtus) della terra (tĕrrae, genit. di tĕrra)’ ☼ 1282] s. m. 1 scossa o vibrazione rapida e improvvisa della crosta terrestre: terremoto ondulatorio, sussultorio; epicentro, ipocentro di un terremoto; magnitudo di un terremoto | scala dei terremoti, V. scala (1) nel sign. 8 CFR. sismo-, -sismo SIN. sismo → TAV. terremoti (scale dei) 2 (fig.) evento che provoca improvvisi mutamenti: un terremoto finanziario | (fig.) persona o animale troppo vivace: quel ragazzo è un terremoto [così lo Zingarelli]

Direi che l'accezione 1 della parola sia nota a tutti: anche volendo, nell'ultimo mese non abbiamo potuto dire "no, grazie, l'argomento non mi interessa". Quindi lascio gli approfondimenti agli esperti.

È l'accezione 2 che mi colpisce particolarmente stamattina. Con quanta facilità usiamo questa parola in senso metaforico, con quanta leggerezza diciamo che un bambino è un terremoto, con quanta sicumera ci permettiamo di dire che abbiamo avuto un terremoto interiore. E quanto non conosciamo il suo vero significato. Quanto siamo presuntuosi nell'uso delle parole.

A più di un mese di distanza dall'inizio dei fatti (e a sei dall'inizio di una serie di rivolgimenti personali che qui non saranno narrati), mi sento come se mi avessero presentato il conto. Peccato che non avessi guardato i prezzi prima di consumare e non mi aspettavo una batosta simile.

Il dizionario lo chiama "evento che provoca improvvisi mutamenti", forse dovrebbero riformulare in "evento incontrollabile che provoca improvvisi mutamenti per affrontare i quali occorre mettere in campo risorse e strategie nuove, perché quelle vecchie non funzionano più".

Oggi mi sono dovuta arrendere al fatto che non ho potuto fare tutto, e sto parlando di lavoro, e questo mi abbatte, perché la mania del controllo militaresco che mi ha sempre sostenuta adesso non funziona più, ma resta. Occorre abbandonarla, perché può sempre arrivare un momento nella vita in cui viene letteralmente fatta tabula rasa.

Le case si ricostruiscono, non senza sforzi, ma si ricostruiscono.
Con le personalità come ci regoliamo, invece?

2 commenti:

valverde ha detto...

Già amica mia... e non uso leggerezza quando affermo che un terremoto di magnitudine 9 ha scosso la mia vita interiore... non ne esco... sono travolta e dovrò portare via le macerie dal mio cuore e ricominciare da zero...ma non so se ne sarò capace..Con gli anni ho perso la voglia e la giustra conoscenza per ristrutturare e/o ricostruire...
Vabbè ..mi tocca e si vede che era il mio karma...
a te auguro miglior fortuna e tanta forza...
bacioni
la tua vecchia ross

Giuseppe Iacobaci ha detto...

Qualunque risposta uno possa dare, dal "Ce la farai, sei una roccia" (che è quel che penso) al "Ti sono vicino" (che è vero metaforicamente ma è materialmente una bugia, e non di metafore si vive e ci si ricostruisce)... ogni parola è inadeguata, temo. Però, cazzo, sei viva. Fra un anno forse, o cinque, magari mi saprai raccontare delle sfumature metaforiche della parola terremoto, quelle che ora ti fanno tanta rabbia, e magari mi dirai che questa cosa... no, non mi sembri il tipo da guardare il bicchiere mezzo pieno. Tu sei quella che prende il bicchiere, vede se l'acqua basta, e aggiunge quel che manca, senza cazzi e mazzi. Per questo mi piaci e ci piaci, a tutti, e per questo alla fine le cose che ho da dire sono davvero quelle: troverai una via nuova, magari che preveda una quota di mavaffanculo e di menefotto, ma sei una roccia eccome e ce la farai eccome. Sei l'identikit perfetto della persona che ce la fa, porcocazzo; devi solo volerti un po' più bene e trattarti da essere umano riconoscendo i tuoi limiti e ridisegnando magari le priorità.