lunedì 20 agosto 2012

Il primo nato dopo la tragedia

Ieri mi è successa una cosa. Mi è successo che la vita mi ha donato una lezione di cui faccio tesoro e che voglio condividere, come si dovrebbero condividere le cose belle, come si fa assaggiare una buona fetta di torta all'amico che sta pranzando accanto a te.
Siccome avevo bisogno di soldi e il bancomat del paese è fuori servizio dal 29 maggio, ho preso la macchina e sono andata a Cavezzo. Non facevo quella strada da "prima" e non ero pronta allo spettacolo che mi si è parato davanti. Conosco a memoria le macerie da Modena a Cortile e da Cortile a Rovereto, ma non avevo ancora visto quelle in direzione opposta, quelle da Cortile a Cavezzo, passando per Ponte Motta.
Il paesaggio non c'è più. Almeno, non c'è più quello a cui ero abituata. Container, tende, impalcature, cristi (mai parola fu più adeguata a descrivere un oggetto, perché lì sì che c'è tutta la sofferenza della Croce, e la vede pure un'atea), insomma, tutto il copione televisivo di questi mesi.
Guidavo e sentivo salire la commozione. È un dolore che prende al cuore, quello lì, fa proprio male fisico allo sterno. Arrivo a Cavezzo e mi accorgo che a piangere è (anche) la parte di me che sente tutto questo come un incubo irreale, un'esperienza onirica dalla quale ci sveglieremo accorgendoci che è stato solo un brutto film.
Non è un film, no.
Cavezzo è riconoscibile solo a intuito, perché nel vuoto di una torrida domenica di agosto la mancanza di intere file di palazzi, le case sventrate con i materassi in bella mostra, gli uffici in cui puoi vedere i post-it attaccati alla lavagnetta di sughero sulla parete, lo stravolgimento dei punti di riferimento e del paesaggio urbano impediscono di tornare col ricordo a quello che si conosceva.
Sono arrivata al container della banca, ho prelevato e me ne sono andata.
Ho rifatto la strada verso Cortile piangendo come una fontana (piangere alla guida è vietato dal codice della strada?), perché in quei casi lì c'è poco da trattenersi, meglio sfogare. Arrivata al podere ho fatto in modo di calmarmi, più che altro per non turbare troppo mio figlio, che ovviamente si è accorto lo stesso del fatto che ero sconvolta e me ne ha chiesto il motivo, ma tralasciamo.
Poi, due minuti dopo, è successa l'altra cosa, quella bella, quella che mi ha dato una gran lezione di vita. È successo che mi ha scritto il revisore del libro che ho tradotto (a quattro mani, va detto) in giugno, il libro che è l'equivalente del primo bambino nato dopo una tragedia (avete presente l'immancabile titolo sui giornali?). Il revisore mi scrive i suoi complimenti per la traduzione e lì mi si accende una lampadina: allo stesso evento che ci ha cambiati tutti per sempre possiamo associare il dolore immenso e la creatività, alla distruzione corrisponde la costruzione. E la vita (perché io non credo alle coincidenze, e anche a volerci credere, era domenica pomeriggio, d'agosto, non esattamente un orario urbano per lavorare) me l'ha voluto ricordare proprio in quel momento, facendomi vedere la distruzione e subito dopo mettendomi di fronte la sua contropartita. L'ho letto come un messaggio: anche per me è nato il primo bambino dopo la tragedia, e se è successo a me, può succedere a tutti.

mercoledì 8 agosto 2012

parole dimenticate

Questa foto è stata scattata oggi da mio marito. Ritrae la demolizione di un edificio a Cortile (dove adesso c'è la ruspa prima c'era una casa colonica). In epoca fascista era stata "decorata" con scritte inneggianti alla patria e all'onore, scritte che ho letto decine di volte, che avrei voluto fotografare, ma non l'ho mai fatto perché credevo di avere tutto il tempo del mondo davanti. Non riesco a ricordare cosa ci fosse scritto e sento di aver perso qualcosa.


lunedì 6 agosto 2012

primo taglio alle funzioni vitali

"Primo taglio alle funzioni vitali della casa pluricentenaria: scollegato il telefono fisso." Così recita lo status su Facebook di mio marito. La cruda efficacia di questa immagine mi colpisce come uno schiaffo, mando giù il nodo alla gola e proseguo col mio lavoro.
Fin dall'inizio ho scacciato con cura il pensiero della demolizione, premessa necessaria alla ricostruzione, e questa immagine me l'ha fatto tornare alla mente con prepotenza.
Passa qualche ora e il marito mi stupisce com'è solito fare: mi squilla il cellulare, lo schermo dice "Campagna 05966****". Ho un tuffo al cuore e mi vengono le lacrime agli occhi. Da quanto tempo non vedevo quella scritta!
Lui era tutto felice della sorpresa riuscita: il telefono è stato allacciato all'interno del capannone e presto metterà anche il modem (io già penso al fresco del capannone per lavorare).
Ho provato la stessa emozione di quando ha recuperato la valigia dei cd e mi sono resa conto che, sì, il ciclo di distruzione e rinascita continua.
Questo primo taglio delle funzioni vitali assume i contorni del trapianto.

sabato 4 agosto 2012

io e lui

Scrivo il titolo di questo post e, probabilmente per deformazione professionale, il primo pensiero è che, siccome la lingua italiana non dispone del neutro, sono costretta a usare il maschile per parlare di lui (appunto), ma penso anche che non è del tutto inappropriato, visto che lo penso tutti i giorni, neanche fosse un bel ragazzo.
Dall'ultimo post su questo blog, che ho ricominciato ad aggiornare per ragioni terapeutiche, mi sono passati per la testa mille e mille pensieri. C'è stata la rabbia, il diritto alla rabbia. La rabbia per la casa perduta e, con lei, la routine di tanti anni. La rabbia per gli infinti sbattimenti, le telefonate, le mail, la burocrazia, l'attesa. La rabbia per la paura di non farcela, di essere abbandonati.
Poi c'è stata la creatività. Un modo diverso di vedere le cose. La constatazione che lui ha portato dei cambiamenti radicali anche positivi. Non sono più attaccata alle cose come un tempo. Non lo sono mai stata granché, va detto, ma adesso si è smorzato anche l'attaccamento affettivo che mi impediva di liberarmi di vecchi libri o dei vecchi abiti ormai piccoli di mio figlio. Perché lui mi ha insegnato nel concreto ciò che gli aforismi spiegano a parole, cioè che tutto è già dentro di noi, al resto c'è rimedio.
Mi sono sollevata, ho rimboccato le maniche metaforiche, mi sono data da fare per me e per gli altri, cercando di essere sempre creativa e ottimista con mio marito e mio figlio, spesso ostentando una sicurezza che non avevo.
Come raccontarvi delle persone con cui parlo al bar? Gli uomini che non riescono a trattenere le lacrime, le donne con lo sguardo spaventato. Sono diretta con tutti. Chiedo come stanno, esprimo preoccupazione per loro. La reazione è spesso di stupore, è gente tosta, quella, non abituata a parlare di sentimenti.
Credo di aver trovato un equilibrio, poi mi basta una foto per crollare, un racconto per commuovermi.
È che la testa vorrebbe archiviare, illudersi che sia stato solo un sogno, qualcosa di fuori dall'ordinario di cui si parla al bar. Invece lui è lì. È un po' come quando si soffre per una storia d'amore finita, ci si chiede continuamente quando si smetterà di soffrire. È come un lutto, ci si domanda perché a me?
Mi dà un profondo fastidio la parola "terremotato" in tutte le sue declinazioni. Mi provoca un senso di vergogna. Penso a tutte quelle persone che fino a un momento prima erano, o si consideravano, "normali", "inquadrate", inserite nel corso scontato della vita e della società e adesso devono andare all'elemosina di una doccia. Lo so, lo so che non è un'elemosina. Come non lo sono le scatolette, l'acqua, l'autan, lo so. So che tutto quello che stiamo facendo è per un profondo senso di fratellanza, so che grazie a lui ho conosciuto amici nuovi e mi si sono aperte delle possibilità, ma ci sono anche i momenti difficili, quelli in cui vorrei che il ricordo non fosse così vivo e che lui non occupasse tutti i pensieri. 
L'emergenza non è finita, io reagisco con la creatività.