sabato 4 agosto 2012

io e lui

Scrivo il titolo di questo post e, probabilmente per deformazione professionale, il primo pensiero è che, siccome la lingua italiana non dispone del neutro, sono costretta a usare il maschile per parlare di lui (appunto), ma penso anche che non è del tutto inappropriato, visto che lo penso tutti i giorni, neanche fosse un bel ragazzo.
Dall'ultimo post su questo blog, che ho ricominciato ad aggiornare per ragioni terapeutiche, mi sono passati per la testa mille e mille pensieri. C'è stata la rabbia, il diritto alla rabbia. La rabbia per la casa perduta e, con lei, la routine di tanti anni. La rabbia per gli infinti sbattimenti, le telefonate, le mail, la burocrazia, l'attesa. La rabbia per la paura di non farcela, di essere abbandonati.
Poi c'è stata la creatività. Un modo diverso di vedere le cose. La constatazione che lui ha portato dei cambiamenti radicali anche positivi. Non sono più attaccata alle cose come un tempo. Non lo sono mai stata granché, va detto, ma adesso si è smorzato anche l'attaccamento affettivo che mi impediva di liberarmi di vecchi libri o dei vecchi abiti ormai piccoli di mio figlio. Perché lui mi ha insegnato nel concreto ciò che gli aforismi spiegano a parole, cioè che tutto è già dentro di noi, al resto c'è rimedio.
Mi sono sollevata, ho rimboccato le maniche metaforiche, mi sono data da fare per me e per gli altri, cercando di essere sempre creativa e ottimista con mio marito e mio figlio, spesso ostentando una sicurezza che non avevo.
Come raccontarvi delle persone con cui parlo al bar? Gli uomini che non riescono a trattenere le lacrime, le donne con lo sguardo spaventato. Sono diretta con tutti. Chiedo come stanno, esprimo preoccupazione per loro. La reazione è spesso di stupore, è gente tosta, quella, non abituata a parlare di sentimenti.
Credo di aver trovato un equilibrio, poi mi basta una foto per crollare, un racconto per commuovermi.
È che la testa vorrebbe archiviare, illudersi che sia stato solo un sogno, qualcosa di fuori dall'ordinario di cui si parla al bar. Invece lui è lì. È un po' come quando si soffre per una storia d'amore finita, ci si chiede continuamente quando si smetterà di soffrire. È come un lutto, ci si domanda perché a me?
Mi dà un profondo fastidio la parola "terremotato" in tutte le sue declinazioni. Mi provoca un senso di vergogna. Penso a tutte quelle persone che fino a un momento prima erano, o si consideravano, "normali", "inquadrate", inserite nel corso scontato della vita e della società e adesso devono andare all'elemosina di una doccia. Lo so, lo so che non è un'elemosina. Come non lo sono le scatolette, l'acqua, l'autan, lo so. So che tutto quello che stiamo facendo è per un profondo senso di fratellanza, so che grazie a lui ho conosciuto amici nuovi e mi si sono aperte delle possibilità, ma ci sono anche i momenti difficili, quelli in cui vorrei che il ricordo non fosse così vivo e che lui non occupasse tutti i pensieri. 
L'emergenza non è finita, io reagisco con la creatività.

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